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INNAMORATI DELLA MADONNA DEL SASSOLINO E DEL CUORE DI GESÚ: GOCCE DI LUCE.

 
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Vi comunichiamo che è online il sito ufficiale "Gocce di luce: Gesù parla ad un'animawww.goccediluce.org e che il libro è in ristampa.
Per le richieste di preghiere scrivete a Miriam info@innamoratidellamadonna.it: un caro saluto da tutto lo Staff e grazie della vostra visita.

VORREI FARE DI QUESTO MESSAGGIO UNA PREGHIERA UNIVERSALE clikka qui anche tu che in questo momento mi stai leggendo e in cuor tuo ha qualcosa da dire. GRAZIE

Benedizione agli amici del FORUM: Per intercessione del Cuore Immacolato di Maria vi benedica Dio Onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo Amen. Don Armando Maria
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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Mer Ott 22, 2008 10:35 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    Nuovi orizzonti e altre mete dell’«ad gentes»

Se c’è un termine che viene pronunciato spesso a sproposito è la parola 'missione'. Una sorta d’inflazione lessicale che pare aver svilito il senso originario, quello teologico, dell’inviato alle genti nel nome di Dio. Come leggiamo nella prima lettera ai Corinti (9,16), l’apostolo per eccellenza dopo Gesù Cristo, Paolo di Tarso, afferma con determinazione: «Guai a me se non predicassi il Vangelo». Un’ammonizione solenne, che si fa programma imperativo. Che non a caso le Pontificie opere missionarie italiane hanno scelto per celebrare la 82esima Giornata missionaria mondiale (Gmm) di oggi.

Un’occasione straordinaria per rinnovare il permanente impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo nel villaggio globale, a tutte le latitudini. Davvero illuminante, a questo proposito, la figura di san Paolo, al quale Benedetto XVI ha dedicato uno speciale giubileo per ricordarne la nascita. Un amore appassionato per Cristo, quello dell’apostolo, che lo spinse ad andare per il mondo animato dall’irrefrenabile passione per la causa del Regno. Un’umanità verace, la sua, conquistata totalmente dall’esperienza personale con il Risorto, la stessa di tanti missionari e missionarie che operano a servizio delle Giovani Chiese. I campi d’azione sono estremamente vari e vanno dal primo annuncio, alla gestione di strutture umanitarie; dalla catechesi alla promozione umana; dall’informazione giornalistica alla formazione della società civile, con speciale attenzione ai temi della pace e della riconciliazione tra i popoli.

In alcuni casi, qualcuno ha bonariamente definito i missionari 'caschi blu di Dio' perché operano spesso in realtà dimenticate dalla grande stampa internazionale, vivendo la loro avventura di credenti in frontiera; vale a dire in realtà geografiche devastate dalla violenza fisica e psicologica. Certamente, questi nostri connazionali fanno onore all’Italia, diventando interpreti di un radicalismo cristiano che a volte sfocia nel sacrificio estremo della vita. D’altronde, come ha saggiamente ricordato Benedetto XVI nel tradizionale messaggio per la Gmm, «l’umanità ha bisogno di essere liberata e redenta», soprattutto guardando al panorama internazionale che «se da una parte presenta prospettive di promettente sviluppo economico e sociale, dall’altra offre alla nostra attenzione alcune forti preoccupazioni per quanto concerne il futuro stesso dell’uomo». Dinanzi a questo scenario, ricorda il Pontefice, «il Vangelo è comunicazione che cambia la vita, dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dell’umanità e dell’universo».

Lungi da ogni trionfalismo, il cammino missionario, dopo 2000 anni dalla venuta di Cristo, è ancora lungo e tutto in salita, richiedendo ad ogni battezzato un rinnovato impegno a 'spezzare il Pane della Parola' in un mondo che ha fame e sete di Dio. Una cosa è certa: la diminuzione di vocazioni missionarie 'ad vitam' nel nostro Paese è un dato sul quale occorre interrogarsi; soprattutto se si considera che nel 1990 i missionari italiani erano 24mila, nel 2000 risultavano poco meno di 14mila, mentre attualmente sono circa 10mila.

Un fenomeno questo che viene comunque compensato, almeno in parte, da un’inestimabile fioritura di carismi laicali nel vasto areopago delle parrocchie come anche dei movimenti ecclesiali. Al contempo, in ambito italiano e più in generale europeo, si assiste al progressivo inserimento di sacerdoti provenienti da Paesi di missione a servizio delle diocesi disseminate nel Vecchio Continente. Oltre a loro, si sa, stanno arrivando migliaia di fratelli che provengono per lo più dal Terzo Mondo, molti dei quali non cristiani. Sono in mezzo a noi e abitano nei nostri paesi e nei nostri quartieri. Proprio l’Europa, il continente che per secoli aveva inviato missionari ad ogni angolo recondito del Pianeta, si trova ad essere essa stessa in stato di missione. Un motivo in più per considerare la missione 'ad gentes' come una sfida permanente e un impegno condiviso tra le Chiese.
    Giulio Albanese



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Ott 24, 2008 3:06 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Un’ignavia di cui sarà chiesto conto


È ormai un’emergenza a livello internazionale, anche se non riesce a fare notizia come l’allarme per i cambiamenti climatici o l’incubo della crisi finanziaria. Stiamo parlando del mancato rispetto della libertà religiosa in molte parti del mondo, un fenomeno sempre più grave che ha assunto dimensioni inquietanti.

Le violenze degli ultimi mesi contro le comunità cristiane in India e in Iraq rappresentano soltanto la punta di un iceberg molto più vasto e profondo. La conferma ci viene dal Rapporto 2008 sulla libertà religiosa nel mondo, stilato dall’associazione 'Aiuto alla Chiesa che Soffre', presentato ieri a Roma ed in altre capitali europee. Dati e cifre impressionanti che riguardano oltre 60 Paesi nei quali il diritto alla libertà religiosa è negato o fortemente limitato. Nell’elenco figurano i Paesi comunisti (Cina, Corea del Nord, Cuba), gli Stati a regime dittatoriale come il Turkmenistan e Myanmar, ed un gran numero di Paesi islamici, a cominciare dall’Arabia Saudita dove ai non musulmani è proibito professare la propria fede anche in privato.

Violenze e soprusi sono purtroppo cronaca quotidiana in Nigeria, Sudan, Eritrea. Ma il continente cui va il triste primato dell’intolleranza religiosa è l’Asia, con ben 25 Stati messi sotto accusa, in prima fila Pakistan e Indonesia dove alle limitazioni e alle repressioni di carattere legale (fino alla condanna a morte) s’aggiunge il clima di odio sociale nei riguardi delle altre fedi.

Risulta evidente che l’esercizio concreto della libertà religiosa costituisce il test più significativo del grado di democrazia che vige in una nazione. E questo perché il diritto a professare la propria fede è il fondamento di ogni libertà. Riguarda la dignità dell’uomo in quanto tocca il suo rapporto con Dio, la sfera più intima della persona che qualsiasi potere o istituzione deve rispettare. «La libertà trova la sua piena cittadinanza nella religione», scriveva già Lattanzio all’indomani dell’Editto di Costantino.

Un’affermazione che dopo quindici secoli mantiene tutta la sua straordinaria attualità. Là dove anche un solo credente viene perseguitato a causa della sua fede è l’intero sistema politico e sociale che risulta traballante. E quando non si tratta di episodi isolati ma di una persecuzione sistematica, come avviene in queste settimane contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell’Orissa o nella regione di Mosul in Iraq, l’opinione pubblica internazionale non può far finta di niente.

Quel che risulta insopportabile è la sostanziale impunità dei violenti fanatici che aggrediscono e uccidono gente inerme solo perché professa un’altra religione. L’Europa, culla della libertà, dovrebbe far sentire di più la sua voce, gridare il suo sdegno e la sua condanna ed esigere che si metta fine ad una simile barbarie. «Quando vedo la pulizia etnica in atto contro i cristiani del mio Paese mi sembra di leggere le cronache dei massacri subiti dagli armeni e dai caldei durante la Prima guerra mondiale», ha detto l’arcivescovo iracheno di Kirkuk, monsignor Louis Sako.

Succede (è accaduto in questi giorni in Italia) che i crimini del passato vengano ancora affrontati nelle aule dei tribunali dove si chiede il risarcimento delle vittime. Forse varrebbe la pena usare la stessa energia e la stessa caparbietà nel riconoscere i crimini del presente, quelli che vengono compiuti ogni giorno contro le minoranze cristiane sparse per il mondo.
    Luigi Geninazzi

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Ott 31, 2008 11:00 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Madre Teresa del Cairo

Come giudicare l’imbarazzante silenzio della stampa italiana sulla scomparsa, all’età di novantanove anni suonati, di suor Emmanuelle , la 'Madre Teresa del Cairo '? Una 'distrazione'? Un atto di censura nei confronti di un personaggio che, per quanto 'di frontiera', appartiene pur sempre alla Chiesa cattolica? O non si tratta, invece, di un imperdonabile esempio di provincialismo? Ben altro risalto ha avuto la notizia in Francia. E non parliamo del quotidiano cattolico La Croix (che ha dedicato tre pagine alla religiosa), ma dell’austero e sempre citato Le Monde che le ha tributato l’onore che il personaggio merita.

Da noi, invece, un quasi totale black out. Peccato, perché prima ancora di scomodare lo spessore cristiano della religiosa - la notizia c’era tutta. Per due anni consecutivi, soeur Emmanuelle (al secolo Madeleine Cinquin) era stata indicata - lei, alta e asciutta, con quel sorriso che illuminava il volto segnato da rughe sottili come la donna più interessante per i francesi. Così aveva sentenziato un sondaggio di Elle, rivista glamour per definizione. Questa la motivazione del riconoscimento: «In lei si incarna l’interesse mai dimenticato delle donne francesi per l’azione umanitaria, l’altruismo, la compassione e la solidarietà».

Suor Emmanuelle è stata una donna che aveva messo in gioco tutta se stessa per i poveri. Al punto da affermare, rovesciando il celebre detto di Sartre, che «il paradiso sono gli altri». Una donna che si era battuta per riscattare altre donne. Come lei stessa ha ricordato di recente su questo giornale, la sua massima felicità era stata l’inaugurazione di un liceo per ragazze nella bidonville del Cairo: «ragazze schiave, spose obbligate a 11 o 12 anni, che finalmente avrebbero cominciato a prendere in mano il loro destino e dato alle loro figlie un’educazione più moderna».

Perché avesse deciso di avventurarsi nelle periferie maledette del Cairo all’età in cui avrebbe potuto concedersi un meritato riposo, lo aveva spiegato così a Mondo e Missione, qualche anno fa: «Avevo 62 anni e avrei potuto andare in pensione. Ma ho ottenuto di potermi stabilire in una bidonville egiziana per condividere la vita dei più poveri: mangiare come loro, alloggiare come loro in una capanna molto povera, essere come loro nella povertà radicale».

Una radicalità figlia della consacrazione totale a Dio, che sta all’origine della sua vocazione missionaria. La radicalità di chi aveva trovato come colmare il vuoto esistenziale, «quel vuoto che 'azzannava' la mia giovinezza». Per riempirlo, spiegava, «ho cercato in Dio un amore duraturo e senza limiti. Quell’assoluto sarebbe stato l’amore di Cristo nel mio cuore, che avrei portato a migliaia di bambini messi da parte dal mondo...».

Ora quei bambini hanno perso la loro 'seconda madre'. Ma lei non li ha abbandonati: una suora ortodossa, Sara - che ha incontrato suor Emmanuelle nel 1976 - porta avanti una presenza tra loro. Con la stessa passione dell’anziana religiosa francese.
    Gerolamo Fazzini



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Nov 13, 2008 5:26 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Papa Giovanni, una storia di 50 anni fa, ma non ancora finita

Dapprima fu lo sconcerto. In quell'ottobre del 1958 abitavo a Milano, in un condominio di giornalisti. Ricordo ancora le domande dei miei colleghi (e mie): «Roncalli, chi? Il patriarca di Venezia? Ah, non lo avevo previsto». Solo il Giorno (merito di Carlo Falconi, grande 'Vaticanista") era uscito quella mattina con una profezia: «Valeri, Roncalli o Agagianian». «Ma non è troppo vecchio?» ci domandavamo, dopo la fumata bianca; e poi, con balda sicurezza, ci rispondevamo: «Ma proprio per questo è stato scelto: per essere un Papa di transizione». Poi fu la simpatia. Quella che Pasolini definì la «festosa figura» di papa Giovanni agganciò subito i cuori, sembrò annun-ziare una pastorale della tenerezza.

Il nuovo Pontefice appena eletto uscì dal Vaticano, cancellando per sempre il ricordo del Papa-re e rischiando, con i suoi giri per Roma, di far morire d'infarto i dirigenti dei servizi italiani di sicurezza. Andò a trovare i ricoverati dell'ospedale del Bambin Gesù e i primi telegiornali ce lo mostrarono come un vecchio nonno dal volto buono che sapeva catturare il sorriso dei piccoli. Forse persino più commovente fu la sua visita ai carcerati di Regina Coeli; per fargli intendere l'affetto con cui si legava al dramma loro e delle loro famiglie non esitò a raccontare di avere visto, da bambino, i carabinieri mettere le manette a un cugino, cacciatore di frodo. Parlò, quel giorno, con il pudore e il candore della piccola Italia contadina da cui era nato, e molti "criminali" piansero con lui, sentendosi come avvolti nell'abbraccio di un padre che non li inchiodava alle colpe del passato. Andò a trovare la gente delle borgate dove al momento della comunione si formavano due file, quella dei "signori" e quella dei baraccati.

La simpatia si trasformò in affetto, poi in devozione. Fu chiamato dalla gente «il Papa buono», ma era molto di più. La sua dolcezza non annullava la forza con la quale sapeva resistere a quelli che un giorno avrebbe definito «profeti di sventura». In molti - e non soltanto cattolici - cogliemmo questo suo coraggio nel servizio alla verità. Mi disse una volta Bario Fo, grande fustigatore di potenti: «Non ho mai trovato in questa Papa il minimo appiglio per una satira». Non erano passati tre mesi dalla sua elezione che Papa Roncalli annunziava ai cardinali sconvolti la decisione di tenere un Concilio, cioè di convocare a Roma tutti i vescovi della Terra. Avrebbero, insieme, tradotto le Scritture in un linguaggio più comprensibile all'uomo moderno. E avrebbero mostrato al mondo che «la Chiesa è la Chiesa di tutti e specialmente la Chiesa dei poveri». Così cinquant'anni fa cominciò una storia che non è ancora finita. Un vecchio veniva a rendere più giovani le nostre speranze. Chi ha vissuto quella stagione sente ancora la grandezza degli orizzonti che Giovanni XXIII ci ha donato.
    Ettore Masina



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Nov 13, 2008 5:35 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Questa nostra Italia tra razzismi di ieri e di oggi

Settantenni fa, in Italia, venivano approvate le Leggi razziali. Tra il settembre e il novembre del 1938, veniva, prima, decretata l'istituzione di scuole separate per gli ebrei, cui seguiva ben presto l'espulsione degli stessi dalle scuole di ogni ordine e grado; seguiva poi la Dichiarazione sulla razza che, con la firma del re, diventava alla fine un Decreto Regio che espelleva gli ebrei dagli impieghi statali, dagli albi professionali, che toglieva loro il possesso di beni e imponeva molte altre limitazioni, configurando una complessiva destituzione di cittadinanza.

Tutto questo era stato preceduto da un censimento dei cittadini ebrei e da una rassicurazione sulla loro sicurezza. Ma Mussolini, volendo stringere alleanza con Hitler, si accodò alle deliranti e criminali teorie e pratiche razziste; dopo un inizio in tono attenuato, andò a finire nella razzia nazista del Ghetto di Roma, il 16 ottobre del 1943, con più di mille persone deportate ad Auschwitz, cui seguì, nella Repubblica di Salò, l'attiva persecuzione degli ebrei da parte dei fascisti italiani e la loro consegna agli occupanti tedeschi. «Un errore che si trasformò in orrore», definì tutto ciò un politico italiano.

Ma fu ben di più. Perché tutto ciò poté radicarsi solo in un terreno reso favorevole: da medici e uomini di scienza che sostennero il razzismo; da un orientamento a un nazionalismo concepito come odio e disprezzo del diverso; da un clima di incitamento alla violenza pubblica e privata. Molti furono gli italiani, cristiani e non cristiani, e persino alcuni fascisti, che si adoperarono poi per salvare la vita ai perseguitati: fino a gesti eroici, quale la celebre vicenda di Perlasca. Chi lo fece, a suo rischio, va onorato. Ma ciò non può esonerare dal riflettere sulle connessioni esistenti tra una certa mentalità, una certa concezione della politica e degli esseri umani e tali esiti mostruosi. Questi ultimi furono conseguenze di un intero impianto: allora, si trattò dell'impianto fascista. Non vederlo, non riconoscerlo, è pericoloso. Non è solo un errore di giudizio storico. È un errore di criterio e di prospettiva di giudizio che può condurre in altre situazioni a gravi derive.

Reagire alle conseguenze estreme, infatti, non basta. Occorre imparare a fare attenzione ai segnali premonitori, alle condizioni che rendono possibili simili tragedie e aberrazioni.

Il 14 settembre 2008, Abdul William Guibre, diciannovenne originario del Burkina Faso, di nazionalità italiana e residente in una cittadina dell'hinterland milanese, è stato assassinato a colpi di spranga da due baristi italiani, padre e figlio, che reagivano al furto di alcuni biscotti e che, infierendo su di lui, lo insultavano per il colore della sua pelle. Occorre chiedersi quanto negli ultimi decenni, a livello pubblico, siano stati coltivati e promossi sentimenti di rispetto, di accoglienza, di fraternità; quanto sia stata inculcata l'idea della uguale dignità tra tutti gli esseri umani; quanto sia stato contrastato l'arcaico istinto di rifiuto e paura del diverso. O quanto invece si sia soffiato sul fuoco di tali ancestrali tendenze; quanto si sia fomentata la paura, che rende ciechi e violenti; quanto si sia speculato sugli oggettivi problemi di criminalità che una parte minoritaria della popolazione immigrata effettivamente provoca; quanto si sia incoraggiata la mentalità del farsi giustizia da sé, dell'uso della violenza privata.

Quanti provvedimenti si siano presi, che sottolineano più fortemente la discriminazione. Quanto, del problema mondiale ed epocale del movimento di intere popolazioni stremate dalla fame verso le terre ricche, si sia fatto un tema di propaganda partitica, inquadrandolo in un'ottica di difesa dallo straniero: un'ottica miope e destinata al fallimento. Quanto tutti coloro che hanno ribadito questi e altri concetti siano stati e siano liquidati come ingenui «buonisti»: quasi che essi non si rendessero conto della necessità di una responsabile politica, coordinata a livello europeo, anzi mondiale, per rispondere, positivamente, ai bisogni immani che portano anche ai viaggi della disperazione verso l'immigrazione clandestina.

Un uomo di ascendenza afro-americana è candidato alla presidenza degli Usa; avrebbe anche potuto esserlo una donna: i rappresentanti di due grandi soggetti collettivi sul punto di rovesciare (purtroppo, in alternativa tra loro) il segno della emarginazione. Ma un simbolo individuale non basta. La nostra orgogliosa e opulenta civiltà rischia di crollare sui suoi, sempre più fragili, piedi di argilla: l'argilla di una coscienza morale e civica sempre più indebolita, resa asfittica dal cupo concentrarsi sul proprio tornaconto e sulla difesa solo di se stessi. Siamo sicuri di essere, innanzitutto in Italia, moralmente molto lontani dall'infame autunno del 1938?
    Maria Cristina Bartolomei



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Nov 21, 2008 4:47 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Ripensare l'accoglienza a partire dai nuovi poveri

Nell'estate ormai trascorsa si sono manifestati, nella loro drammaticità, tutti i volti delle povertà. I centri di accoglienza Caritas, le comunità, i centri servizi sono stati sommersi da ondate di persone, famiglie, gruppi in cerca di un tetto e di cibo. È sembrato che un tam tam diffuso abbia inondato il Paese. Stranieri, rom, senza dimora, minori, famiglie italiane: tutti hanno chiesto aiuto.

Non è facile capire che cosa sia successo. Occorrerà raccogliere dati ed esperienze per afferrare che cosa ci riserva il futuro. Fin da subito è possibile, però, azzardare qualche riflessione. C'è una crescente mobilità delle persone in cerca di "fortuna": non si tratta di fortuna in senso proprio, ma di sopravvivenza. Sembra che i luoghi di residenza non offrano nemmeno il minimo necessario: da qui la forza della disperazione per andare a cercare altrove.

Questa sensazione non è campata in aria. Le amministrazioni locali, per scelta, per mancanza di fondi, per rigidità, hanno intrapreso la strada della cosiddetta "tolleranza zero". Tradotto significa: non mi occupo di persone che vagano, che non hanno cittadinanza, che sono troppo povere e non hanno futuro. Le cosiddette ordinanze dei sindaci hanno prodotto i loro effetti: cacciare dai territori chi non è di quel territorio. Lo sconcerto che deriva da questa filosofia è che troppe persone sono senza riferimento. Nessuno si prende carico di una massa di "profughi" che vaga in Italia e in Europa. Vengono in mente le migrazioni del Medioevo di cui parlano gli storici: «Pellegrini, nullafacenti, delinquenti attraversano l'Europa e sono un vero flagello».

La domanda sul "che fare" è ovvia. Due sono le azioni da intraprendere. Fare appello alle istituzioni, non solo locali, ma nazionali ed europee, per esigere la tutela dei diritti per tutti. Non si può andare avanti solo con divieti, nel gioco dei "cinici" che dicono: l'importante è che non siano nel mio territorio. In regime di democrazia, negare la dignità del vivere è una grave violazione della civile convivenza.

La seconda azione, tutta interna all'ambito della comunità cristiana, è ripensare l'accoglienza. Negli ultimi decenni l'accoglienza di persone in difficoltà si è molto "specializzata": strutture adeguate per minori, ragazze-madri, tossicodipendenti, malati psichiatrici, immigrati. Occorre ritornare alle origini dell'accoglienza: i monasteri accoglievano i poveri, offrendo loro almeno "una ciotola e una coperta". Sembrava poca cosa, eppure permetteva la sopravvivenza di molti.

All'inizio del terzo millennio occorre ritornare a garantire sopravvivenza, così come suggeriva la pietà cristiana. Oggi potrebbe sembrare un ritorno al passato: le condizioni delle persone dicono che è purtroppo realtà. Forse si attenuerebbe anche la pericolosità sociale.
    don Vinicio Albanesi



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MessaggioInviato: Ven Nov 28, 2008 11:15 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Democrazia e religioni: attualità di un difficile binomio

Oggi che, per consenso amplissimo, la democrazia viene riconosciuta come la miglior forma di governo possibile, è anche vero che essa da segni di crisi e di difficoltà. C’è, in tale difficoltà, un ruolo, positivo o negativo, delle religioni?

Storicamente, con la grande eccezione dei Pilgrim Fathers che colonizzarono l'America del Nord, le religioni non hanno in genere propugnato la democrazia. Da parte cattolica è stata espressa di recente una scelta preferenziale per essa ma, in particolare nella storia occidentale, l'alleanza tra "trono" e "altare", l'analogia che, da Costantino in poi, si è voluta vedere tra il potere del sovrano e quello di Dio, individuato come fonte e legittimazione del primo, ha visto piuttosto la diffidenza della religione verso la democrazia.

Per tanti motivi, ai quali è sotteso un problema di fondo: ossia il nesso tra verità e autorità. Una verità che è tale solo in quanto certificata dall'autorità, dall'alto e dall'esterno, è stato il sigillo degli assetti politici pre-democratici, fino al principio legislativo secondo cui «ciò che piace al principe ha valore di legge». Le democrazie dissolvono questo nesso. In esse hanno cittadinanza le coscienze e la loro libertà. La verità si lega al suo essere ricercata e riconosciuta dalla coscienza individuale e comune, e non più a una autorità che la afferma come valida per tutti. Il corollario di questo aspetto fluido, crescente (certo esposto al rischio di errori e regressioni) della verità è il darsi di tante verità, di tante etiche, di tante visioni del mondo, tutte legittime, purché non confliggano coi fondamenti della democrazia. Esse debbono rispettarsi, convivere, dialogare e, al meglio, come formulò una volta il cardinal Martini, «fermentarsi» a vicenda.

Le istituzioni religiose apprezzano tale contesto, se e in quanto permette loro di coltivare i loro valori, ma spesso esprimono disagio di fronte a orientamenti, soprattutto etici, contrastanti coi propri, Nell'attualità, infatti, l'intreccio dei motivi di attrazione-repulsione per la democrazia, da parte delle religioni, presenta modulazioni legate allo sviluppo (o involuzione) delle nostre democrazie, spesso diventate solo il conteggio dei voti, ma svuotate dalla partecipazione responsabile di tutti al bene comune, a una cosa pubblica, amata e riconosciuta come sommamente propria perché di tutti, diventando una cornice neutrale allo scontro e competizione di soggetti sociali e individuali tendenti al proprio interesse materiale o all'affermazione di sé contro gli altri.
Il quadro generale della globalizzazione, il movimento di popoli che diventano immigrati in altre terre, sfociano in una società multiculturale, multireligiosa e multietnica; essa può vivere solo con una democrazia matura nella quale tutti si identifichino; ma tale situazione provoca anche reazioni di paura, di sospetto, di rigetto dell'altro, arroccamenti in particolarismi e in logiche identitarie competitive e conflittuali, mettendo in crisi la democrazia stessa.

Quale la responsabilità e il ruolo delle religioni verso il decadimento o, al contrario, il rilancio e il consolidamento dei valori democratici? A quali condizioni? Queste sono le domande cui ha inteso rispondere la Cattedra del Dialogo[i] - gemmazione della [i]Cattedra dei non credenti condotta fino al 2002 dal cardinal Martini - promossa in ottobre a Milano dall'Ufficio ecumenismo e dialogo della diocesi, in collaborazione con Jesus, il Centro culturale protestante, la Fondazione culturale San Fedele e Telenova, in coincidenza col 60° anniversario sia della nostra Costituzione sia della Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata all'Onu nel dicembre del 1948.

Non c'è, in risposta alle domande, una ricetta, ma alcune direttrici sono chiare. Perseguire, innanzitutto, lo stile del dialogo, vero e profondo, ascoltando davvero l'altro, rispettandolo, mettendosi in gioco nell'incontro; abbandonare l'idea di identità monolitiche in competizione e alternativa, riconoscendo nella relazione il tessuto dell'identità stessa.

Coltivare una modalità non dogmatica di intendere la propria fede (anche laica). Essere religiosi comporta l'umiltà di riconoscere l'infinita eccedenza di Dio e della sua verità rispetto al nostro modo di comprenderlo; modo che cresce nella storia, stimolato anche dagli "altri". Da un lato, riconoscere libertà di coscienza quando la legislazione permetta cose proibite dalla coscienza religiosa; d'altro lato, privilegiare il terreno della testimonianza rispetto alla ricerca di affermazione sul piano legislativo.

Ciò significa non cedere alla tentazione, da parte di una religione, di diventare il collante di una società, il sostituto di quella "religione civile" che tutti deve accomunare e che, per esempio, nel caso italiano è contenuta nei valori costituzionali, concentrati ultimamente nella dignità, libertà, diritti di ogni essere umano, e nei quali i cristiani riconoscono un'impronta evangelica.
    Maria Cristina Bartolomei



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MessaggioInviato: Gio Dic 04, 2008 11:57 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Trovare Dio nei metrò e nei centri commerciali

Come pregare durante il giorno? La tradizione della Chiesa raccomanda di pregare sette volte al giorno. Perché? Una prima ragione è che il popolo d’Israele offriva il proprio tempo a Dio in sette preghiere quotidiane, in momenti fissi, nel Tempio o almeno voltati verso di esso: «Sette volte al giorno io ti lodo» ci rammenta il salmista (Salmo 118,164). Una seconda ragione è che il Cristo stesso ha pregato così, fedele alla fede del popolo di Dio. La terza ragione è che i discepoli di Gesù hanno pregato così: gli apostoli (vedi Atti 3,1: Pietro e Giovanni) e i primi cristiani di Gerusalemme «assidui nelle preghiere» (vedi Atti 2,42; 10,3-4: Cornelio nella sua visione); poi le comunità cristiane e, più tardi, le comunità monastiche. E così anche i religiosi e le religiose, i preti, sono stati chiamati a recitare o a cantare in sette riprese le «ore» dell’«ufficio» (che significa «dovere», «incarico», «missione» di preghiera), facendo una pausa per cantare i salmi, meditare la Scrittura, intercedere per i bisogni degli uomini e rendere gloria a Dio. La Chiesa invita ogni cristiano a scandire la propria giornata con una preghiera ripetuta, deliberata, voluta per amore, fede, speranza.

Prima di sapere se è bene pregare due, tre, quattro, cinque, sei, sette volte al giorno, un consiglio pratico: associate i momenti di preghiera a gesti fissi, a punti di passaggio obbligati che scandiscono le vostre giornate.

Per esempio: per coloro che lavorano e in genere hanno orari stabili, esiste pure un momento in cui lasciate il vostro domicilio e vi recate al lavoro ... a piedi o in auto, in metropolitana o in autobus. A un orario preciso. E ciò vi prende un determinato tempo, sia all’andata sia al ritorno. Perché quindi non associare dei tempi di preghiera a quelli di spostamento?

Secondo esempio: siete madre di famiglia e rimanete a casa, ma avete dei figli da portare e riprendere a scuola in momenti precisi della giornata. Un altro obbligo che segna una pausa: i pasti, anche se a causa di forza maggiore o cattiva abitudine mangiate solo un panino o pranzate in piedi. Perché non trasformare queste interruzioni nella giornata in punti di riferimento per una breve preghiera?

Sì, andate a cercare nella vostra giornata questi momenti più o meno regolari di interruzione delle occupazioni, di cambiamento nel ritmo di vostra vita: inizio e fine del lavoro, pasti, tempi di viaggio ecc.

Associate a questi momenti la decisione di pregare, anche solo per un breve istante, il tempo di fare l’occhiolino a Dio. Datevi l’obbligo rigoroso, qualunque cosa accada, di consacrare quindi anche solo trenta secondi o un minuto a dare un nuovo orientamento alle vostre diverse occupazioni sotto lo sguardo di Dio.

La preghiera così, pervaderà quanto vi sarà dato vivere.

Quando andate al lavoro forse intanto rimuginate sui colleghi che ritroverete, sulle difficoltà da affrontare in un ufficio in cui lavorate in due o in tre; le personalità cozzano maggiormente quando la vicinanza è troppo stretta e quotidiana. Chiedete a Dio in anticipo: «Signore, fa che io viva questo rapporto quotidiano nella vera carità. Permettimi di scoprire le esigenze dell’amore fraterno nella luce della Passione di Cristo che mi renderà sopportabile lo sforzo richiesto».

Se lavorate in un grande centro commerciale, forse rimuginerete sulle centinaia di volti che vi scorreranno davanti senza che abbiate il tempo di guardarli. Chiedete a Dio in anticipo: «Signore, ti prego per tutte quelle persone che passeranno davanti a me e alle quali cercherò di sorridere.

Anche se non ne ho la forza quando mi insultano e mi trattano come fossi una macchina calcolatrice».

Insomma, approfittate al meglio, durante la vostra giornata, di questi punti di passaggio obbligati, dei momenti in cui disponete di un po’ di margine e vi lasciano, se siete vigili, un piccolo spazio di libertà interiore per riprendere fiato in Dio.

Si può pregare nella metropolitana o sui mezzi pubblici? Io l’ho fatto. Ho utilizzato diversi metodi secondo i momenti della mia vita o le circostanze. Ci fu un tempo in cui mi ero abituato a mettere i tappi nelle orecchie per isolarmi e poter avere un minimo di silenzio, tanto ero esasperato dal rumore. Pregavo così, senza per questo tagliar fuori le persone che mi erano attorno visto che potevo ancora essere presente a essi con lo sguardo, senza però scrutarli, senza fissarli, senza essere indiscreto nel modo di guardarli. Il silenzio fisico dell’orecchio mi permetteva di essere ancora più libero nell’accoglienza. In altri periodi, invece, ho vissuto un’esperienza esattamente contraria. Ognuno di noi fa come può, ma in nessun caso dobbiamo ritenere che sia impossibile pregare.

Ecco un altro suggerimento. Scommetto che lungo il vostro tragitto, dalla stazione della metropolitana o dalla fermata dell’autobus fino a casa o al posto di lavoro, potete incontrare, nel raggio di trecento o cinquecento metri, una chiesa o una cappella (una piccola deviazione vi consentirebbe di camminare un po’). A Parigi si può fare. In quella tal chiesa potete pregare in tranquillità o, al contrario, essere continuamente disturbati; può essere adatta o meno alla vostra sensibilità: questo è un altro discorso. Ma c’è una chiesa con il Santissimo Sacramento. Perciò, camminate per qualche centinaio di metri in più; vi ci vorranno dieci minuti, e un po’ d’esercizio non farà male alla vostra linea ... Entrate in chiesa e andate fino al Santissimo Sacramento. Inginocchiatevi e pregate. Se non potete di più, fatelo per dieci secondi. Ringraziate Dio Padre per il mistero dell’Eucaristia nel quale siete inclusi, per la presenza del Cristo nella sua Chiesa. Lasciatevi andare all’adorazione con il Cristo, nel Cristo, tramite la forza dello Spirito. Rendete grazie a Dio. Rialzatevi. Fatevi un bel segno della croce e ripartite.
    Jean-Marie Lustiger



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Lun Dic 29, 2008 10:37 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Nel giorno dei Diritti contro l’arbitrio con ritrovato senso del dovere

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui ricorre il 60° anniversario, pur essendo perfettibile, è veramente un traguardo importante, almeno a livello teorico. Però, a livello pratico, come ha detto ieri il Papa, «centinaia di milioni di nostri fratelli e sorelle vedono tuttora minacciati i loro diritti alla vita, alla libertà, alla sicurezza; non sempre è rispettata l’uguaglianza tra tutti né la dignità di ciascuno».

Inoltre, nel 1948 l’uomo era più fiducioso circa la possibilità di conoscere la verità sulla realtà, certo non totalmente, ma comunque in parte. In effetti, se la verità sulla realtà è ( in parte) conoscibile, almeno in certi casi non è la realtà a doversi adeguare all’uomo, bensì è l’uomo che deve adeguarsi ad essa ( ad esempio alla realtà del matrimonio).

Viceversa, in una cultura relativista, presto o tardi, avviene un rovesciamento. Se per relativismo si intende ( per chi lo definisce diversamente il discorso cambia) la negazione della possibilità di conoscere la verità, allora tutto è soggettivo, i nostri atti non possono essere giudicati oggettivamente ed ogni singolo uomo è l’unità di misura di tutte le cose. Così, è la realtà che deve adeguarsi all’uomo, alle sue pretese ed ai suoi desideri, ed anche le leggi debbono assecondare ogni suo desiderio e concedergli ogni diritto ( pacs – caso emblematico di diritti senza quasi nessuno dei doveri dei coniugi –, ' matrimonio omosessuale', fecondazione artificiale, aborto, ecc.). Come ha detto ieri il cardinal Bertone, tante nostre società mettono «in discussione l’etica della vita e della procreazione, del matrimonio e della vita familiare (...) introducendo unicamente una visione individualistica su cui arbitrariamente costruire nuovi diritti». Insomma, il discorso sui diritti è di per sé molto prezioso ma, in sinergia col relativismo, ha trasformato i desideri in diritti e ha fatto quasi scomparire, nella percezione del soggetto, i suoi doveri verso gli altri ( e, in generale, verso la realtà). Si enfatizzano, invece, i doveri che hanno gli altri e, in particolare lo Stato, nei suoi riguardi: anzi, si afferma il dovere dello Stato di praticargli l’eutanasia a richiesta, di finanziargli la fecondazione artificiale e l’aborto... Fino al punto di voler negare l’obiezione di coscienza, imponendo al medico il dovere di prescrivere la pillola del giorno dopo, di praticare l’eutanasia, di praticare l’aborto...

Ancora, pensiamo alle conseguenze della logica relativista spinta all’estremo: se non esiste una realtà conoscibile da rispettare e se la legge mi deve concedere qualsiasi diritto, allora la libertà di ciascuno è assoluta, dunque esiste anche il diritto di negare i diritti altrui; se la libertà è assoluta, ognuno ha la libertà di negare quella altrui. E se pure dei doveri vengono enunciati, se essi sono stabiliti solo in base a una convergenza di interessi, per un’utile convenzione, quando poi il loro rispetto non corrisponde più ai miei interessi, nessuno mi può biasimare se li trasgredisco.

Il discorso cambia quando i doveri esprimono il rispetto che è dovuto alla realtà (conoscibile) delle cose e dell’uomo. Allora, riprendendo in una certa misura Simone Weil, si può dire addirittura che, se esistesse un solo uomo, costui non avrebbe interlocutori a cui reclamare i propri diritti, mentre continuerebbe ad avere dei doveri, almeno quelli verso se stesso. Aveva ragione Giovanni Paolo II quando, laicamente, diceva che «è il dovere che stabilisce l’ambito entro il quale i diritti devono contenersi per non trasformarsi nell’esercizio dell’arbitrio».
    Giacomo Samek Lodovici



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Lun Dic 29, 2008 10:42 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Nessuno tocchi Caino ma neanche Abele

Non avremmo mai creduto che un giorno sarebbe stato opportuno e necessario ribadire a sanitari e cittadini che negli ospedali italiani pubblici e privati nessuno – e tantomeno un paziente in stato vegetativo persistente – può essere fatto morire di fame e di sete. Non l’avremmo mai creduto, così come non avremmo mai creduto che questo richiamo impegnativo e solenne ai doveri derivanti dalla legge nazionale e dalle convenzioni internazionali – ma, prima ancora, da un innato e umanissimo sentimento morale – sarebbe stato percepito addirittura come un atto di coraggio. Coraggio civile, coraggio intellettuale e coraggio politico. Ne vogliamo dare riconoscimento al ministro della Salute, Maurizio Sacconi, che ha emanato un rigoroso e importantissimo 'atto di indirizzo' e a coloro che condividono con lui le responsabilità di quel dicastero. Perché persino nella nostra Italia – tra campagne dei propagandisti della «dolce morte», elucubrazioni fuorvianti, casi emozionanti a cominciare da quello di Eluana Englaro e sentenze a corrente alternata di giudici impancatisi a costruttori di legge – è diventato difficile e 'rischioso' affermare l’ovvio e insopprimibile diritto di un disabile gravissimo a essere alimentato e idratato.

Le cose davvero importanti, tuttavia, non accadono mai per caso. E la giornata di ieri ce lo ha confermato ancora una volta. Nel giro di poche ore, con potente e 'scandalosa' contemporaneità, sono infatti maturati due cruciali eventi di segno opposto. Alla luce del sole, in piena ufficialità, l’intervento chiarificatore attuato dal ministro della Salute. Dietro le quinte, e fin dentro la notte appena trascorsa, un’iniziativa – la citazione è letterale, e mortalmente da brividi – tesa a «dare esecuzione a Udine alla sentenza della Cassazione su Eluana Englaro». Da una parte la riaffermazione per tutte le strutture inserite nel Servizio sanitario nazionale di un dovere-cardine di basilare assistenza inopinatamente incrinato da alcune pronunce giudiziarie, dall’altra il tentativo di avviare – al culmine della battaglia condotta, per questo, dall’uomo che le è padre – la cancellazione per sete e per fame di una donna 'diversamente viva'.

Non sta a noi guardare nel profondo del cuore e delle intenzioni di Beppino Englaro, non ci siamo mai azzardati a farlo e non ci azzardiamo neanche in questo momento comunque decisivo. Sta a noi, però, guardare ai fatti. E i fatti sono che si tenta di strappare la figlia di Beppino alle suore che da quasi quindici anni l’assistono con amore. I fatti parlano con grande eloquenza e scandiscono – quasi gridano – anche il non-detto della vicenda costruita intorno alla persona di Eluana, soprattutto, in quest’ultimo, concitato e drammatico tentativo di precipitarla a conclusione nel tempo di Natale.

C’è un schema macabro che viene deliberatamente ripetuto, che si ripropone secondo una gelida e inesorabile regia e che porta la firma inequivocabile dello stile radicale. Di coloro che predicano il 'non toccate Caino', ma quando lo decidono possono anche braccare Abele. È lo schema dell’invasione tragica dei giorni della festa cristiana e della serenità cercata e augurata da tutti – credenti e non credenti – con un caso estremo di sofferenza (non importa se presunta, vera o provocata) per far esplodere, con la forza del contrasto, il messaggio secondo cui a Natale la notizia liberatrice non è la «vita che ci è data» ma la «morte che ci si dà». Stavolta doveva toccare a Eluana. Stavolta doveva essere sacrificata lei, donna che certo vive e certo respira e forse prova elementari sensazioni e forse – forse – ancora sogna. Nonostante le letali certezze di alcuni, ne sappiamo poco. Come sappiamo poco e nulla di lei, persona che la gente 'vede' solo attraverso le rare immagini ufficiali che pubblichiamo sui giornali: vecchie foto per sempre giovani, come di una già morta.

Eluana, però, non è morta, vogliono farla morire. Inghiottita, a Natale, da un gorgo amaro. Ma in questo nostro Paese – malgrado tutto – c’è ancora una legge e ci sono doveri non aggirabili da chi, negli ospedali, è a servizio dei malati. Un ministro della Repubblica, ieri, lo ha ricordato a tutti.
    Marco Tarquinio

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MessaggioInviato: Lun Dic 29, 2008 10:46 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Nel gioco della libertà siamo chiamati a scegliere da che parte stare


Quanto grande sia la libertà data all’uomo lo si può vedere anche dal male che compie. Quest’anno tormentato che ci sta lasciando ha visto fiorire di nuovo il martirio in tante parti del mondo, anzitutto in India dove i cristiani sono stati uccisi, violentati, perseguitati, ad opera di persone libere, spesso sotto gli occhi di autorità che non hanno fermato gli aggressori. Sempre in India centinaia di innocenti sono stati sterminati da terroristi che avevano preparato a lungo azioni militari micidiali. Poi in Africa, in Medio Oriente e altrove, guerre e lotte di fazioni hanno decimato popolazioni inermi.

Certo, dietro l’attitudine a fare e procurare il male ci sono a volte visioni distorte della religione, dell’ideologia, della politica, ma anche queste deformazioni sono frutto di autonome determinazioni dell’uomo. L’uomo, però, può fare scelte opposte per aiutare gli altri, donare se stesso per la realizzazione di grandi ideali, impegnarsi per tutelare la vita in ogni suo momento. Tra le possibilità di scelta c’è quella della fede in Dio, nell’avvento di Gesù, c’è l’opzione per una vita buona che non si piega a leggi ferree o arbitrarie, ma si dispone ad un atteggiamento interiore che è in grado di indicare alla coscienza ciò che è giusto, e ciò che non lo è, che dona un equilibrio spirituale irraggiungibile attraverso mille ragionamenti anche sofisticati. Suggerisce San Giovanni della Croce di seguire la nostra ragione perché «essa ci condurrà a Dio», e la ragione spesso presenta un conto amaro all’uomo mostrandogli ciò che manca ad una esistenza che non coltiva speranza, che subisce limiti e carenze senza poterli superare, che a volte piange non sapendo guardare in alto e aprirsi alla fiducia. Chi compie questa scelta e guarda in alto risponde ad un bisogno di libertà, esprime l’aspirazione ad una libertà più grande, quella di sentirsi parte di un disegno divino che si percepisce, si intuisce, si desidera, anche se nella sua pienezza resta al di là delle possibilità umane.

Quando San Francesco concepì l’idea del presepio, dando alla natività di Gesù una dimensione raffigurativa unica nel suo genere, forse non sapeva di introdurre un linguaggio che avrebbe parlato a generazioni di uomini in tutto il mondo. Forse non sapeva che avrebbe fatto nascere in milioni di bambini, madri e padri, dei sentimenti, desideri, percezioni, che quasi anticipano l’abbandono all’intervento di Dio nella propria esistenza. A volte quei sentimenti si depositano nell’animo e nella coscienza, riemergono magari anni dopo, come memoria di un’armonia persa ma sempre desiderata. Ogni tanto (anche di recente sulla stampa) si legge di ironie, o irrisioni, verso chi da adulto torna alla fede cristiana con un atto libero come libero era stato quello del ritrarsi da Dio. Ma le ironie e le derisioni non sanno entrare nella coscienza umana, non capiscono come mai dopo l’atto a favore della fede, questa riaffiora come non fosse mai scomparsa, come un deposito interiore che rivede la luce e provoca stupore come ogni nuova scoperta. Quel ritorno alla fede altro non è che l’espressione massima di una libertà che aspettava di essere esercitata. E la serenità che accompagna la fede, è la serenità di chi, ci dice Edith Stein, sviluppando la propria interiorità si sente più forte, più saldo, spesso migliore.

Altre volte si sostiene che la fede comunque riguarda la vita individuale e non può interloquire con la storia, con i grandi fatti, perché lì le regole sono altre, impera il caso, o domina una legge cruda e dura, la legge del più forte. Non c’è spazio per il bene, per la fede, per l’utopia più grande. In realtà ciò può essere vero per un po’ di tempo proprio perché l’uomo è libero e capace di produrre il male anche in dimensioni orribili. Ma non è vero nelle grandi scansioni della storia. I protagonisti più superbi, e crudeli, i regimi feroci che si attribuiscono poteri senza confini, hanno sempre brevi trionfi, poi rovinano sul pendio della storia, che alla fine (magari con tortuosità) rende note le ignominie più tremende, e quelle che si volevano nascondere. Inoltre, anche di fronte alla storia ciascuno di noi è chiamato liberamente a scegliere da che parte stare, a favore del bene, della spiritualità, oppure del male, della sopraffazione, dell’egoismo quotidiano. Una riflessione sull’avvento del cristianesimo può muovere da questa libertà di scelta che è data all’uomo. E può soffermarsi su un fatto che tutti gli storici riconoscono, perché dopo la nascita di Gesù la storia è cambiata davvero, si è riempita di speranza, nulla è stato più come prima.
    Carlo Cardia



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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:02 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Gli scontri al Santo Sepolcro e la debole mentalità ecumenica


Tutti abbiamo provato vergogna al vedere le immagini del recente scontro fra greci e armeni di fronte all'edicola del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Perfino la stampa laica ha spesso dato voce a un paradosso: il fatto è avvenuto a pochi metri dal luogo della suprema rivelazione dell'amore di Cristo, luogo che sta dunque alla radice dell'unità fra i discepoli.

Certo è così. Ma è il caso dì aggiungere che la storia cristiana è fatta pure di divisioni e di concorrenze. Divisioni dogmatiche, spesso appoggiate a rivendicazioni politiche, hanno condotto per secoli a scontri di piazza, misure di polizia e guerre talvolta atroci. E anche in assenza di violenze fisiche, continue sono state le concorrenze, i tentativi di sottrarre fedeli alle altre Chiese. In Terra Santa, nei secoli XIX e XX, è stata pesante l'opera delle Chiese cattoliche e protestanti ai danni di quella ortodossa, compensata solo in parte dalle politiche dell'impero russo a favore di quest'ultima.

Tutto ciò resta in qualche misura nella memoria collettiva delle persone, creando inevitabilmente una mentalità di diffidenza e di difesa reciproca: mentalità che in tutto il Medio Oriente è venuta ad aggiungersi all'angoscia per la progressiva islamizzazione delle popolazioni accompagnata da occasionali massacri e in seguito da un'emigrazione inarrestabile. Quale meraviglia dunque che le Chiese, oltretutto carenti ormai di teologi e di pensatori, abbiano perso la capacità di sentire in grande e si siano rifugiate sempre più nella semplice difesa del loro restante potere?

Nel Santo Sepolcro e negli altri luoghi santi gestiti in comproprietà ciò implica chiaramente una difesa dei tempi, dei luoghi, dei simboli. Soprattutto le zone grigie dello status quo che regola i diritti di convivenza sono terreno fertile di sospetto per quanti ritengono che qualcuno degli altri stia cercando di danneggiarli. Le riunioni periodiche dei responsabili dello status quo non riescono a superare le paure, e nessun potere statale può intromettersi nella ricerca di soluzioni.

Quando in Occidente si parla di realtà atte a unire i cristiani, si ragiona con una mentalità ecumenica ritenuta ovvia ma che in altre parti del mondo potrebbe essere arrivata solo marginalmente. La storia non cammina a una sola velocità. Le due intifade palestinesi hanno contribuito a creare una capacità, da parte dei capi delle Chiese, di parlare con una voce comune sui temi del conflitto. Ma simili interventi incidono poco sul sentire quotidiano delle persone. Se si riuscisse, fin dall'insegnamento nei seminari, a instaurare un clima di accettazione reciproca per scoprire le ricchezze teologiche, spirituali e liturgiche dell'altro, molte cose cambierebbero. Per questo occorrono persone, tempo, pazienza e, almeno all'inizio, nessuna pretesa di reciprocità.
    Edoardo Arborio Mella



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:06 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La "stramba" idea di salvare la Terra dall'autodistruzione


Mi aveva cercato con molta insistenza. Aveva lasciato alcune pubblicazioni e dei piccoli oggetti-souvenir. Non conoscendolo di persona, né sapendo chi fosse, avevo lasciato correre qualche giorno senza dare una risposta. In una settimana però tempestò talmente la segreteria per una richiesta di colloquio, che alla fine mi decisi ad ascoltarlo. Un signore di mezza età, vestito bene sportivamente con giubbotto e jeans, cappelli bianchi e occhiali.

Fattolo accomodare, avevo notato un certo nervosismo nel parlare: frasi brevi, mozzate, al limite della balbuzie. Mi chiede se nella nostra comunità c'è una palestra e alla mia risposta affermativa, prosegue proponendomi di partecipare a un progetto. Il progetto consisteva nell'utilizzare tutti i movimenti, i calpestii, gli spostamenti della palestra per generare energia a costo quasi nullo. Cercai di immaginare come potesse funzionare un'idea del genere: una specie di pavimento sopraelevato con sotto una serie di motorini capaci di girare, sfruttando la forza fisica dei movimenti, generando così potenza. Alla mia richiesta di maggiori spiegazioni del progetto, mi rispose che non era importante sapere i dettagli: «Ci stanno lavorando», mi rispose e non andò oltre. «A che cosa dovrei aderire?», chiesi bruscamente. «Semplicemente alla proposta», mi rispose. Rimasi qualche secondo in silenzio. Mi era sorto il dubbio se fossi di fronte a un esaurito o invece a una di quelle persone estrose che hanno idee strambe, ma non sbagliate, con progetti e brevetti che forse mai diventeranno realtà, ma che nascondono qualcosa di vero. Poiché non mi aveva chiesto nulla di concreto, risposi che aderivo al progetto. Ricevuta l'adesione, con fare brusco si congedò, senza darmi altri particolari di quella mia adesione. Dopo molte settimane non ho ancora capito il perché mi abbia proposto quel fantomatico progetto.

Come tutti i pensieri strambi, quell'idea aveva lasciato il segno: molte energie vanno perdute. Verrà il momento nel quale dovremo fare molti risparmi per la scarsezza e l'elevato costo dei materiali energetici. Una seconda considerazione: verrà anche il momento della necessità di una vita più sobria e meno dispendiosa, per mantenere l'equilibrio della Terra e del cosmo. Alla fin fine, una persona stramba aveva avuto il potere di attivare una riflessione seria su un problema grave. A catena un'ulteriore riflessione: lo schema del benessere proposto a suon di consumi, nel circolo potenzialmente pericoloso della produzione-vendita-benessere che ha invaso oramai tutta la Terra, compresi i Paese emergenti, se non controllato, porta al disfacimento strutturale della Terra. Oggi siamo giunti al punto di non ritorno dell'eco-sistema. Probabilmente solo la catastrofe ci fermerà. Con più intelligenza, potremmo risparmiarci sofferenze e disagi futuri.
    don Vinicio Albanesi

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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:15 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Nelle "cose di Dio" resta sempre qualcosa da cercare


Un grande narratore dell'antichità ha scritto che l'abilità stilistica dello storico deve essere tale che a chi ascolta sembri quasi vedere i fatti narrati. Non essendo ovviamente all'altezza, chiedo esplicitamente, per continuare nella lettura, di immaginare due scene.

La prima: basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, come doveva essere nel V secolo. Marmi e mosaici, spazi ampi, molti uomini in piedi in silenzio, luci color della pietra e sul pulpito Leone, vescovo, che predica. È evidente che non sta improvvisando. Lo si capisce dall'attenzione palpabile e dai toni quasi musicali della voce. A quel tempo, del resto, l'omelia era l'ultimo atto di un lungo processo che iniziava giorni prima con un ascolto collettivo, continuava con un silenzio interrotto progressivamente da un masticamento di parole e frasi, per arrivare attraverso la scelta dei termini, la vestizione dei toni di voce, la tessitura dei racconti e dei ragionamenti, alla partecipazione di un mistero durante la liturgia. Era un lavoro di cesello, perché un oratore capace di dire bene o di bene-dire, va da sé - non poteva non cogliere nel proprio argomentare la fragile potenza dei cristalli e degli amori, che a poggiarli dal lato giusto reggono tensioni impressionanti, mentre a trattarli senza cura vanno in pezzi con facilità disarmante, seminando schegge. Al tempo di quella scena, l'omelia era l'ultimo atto di un processo in cui ogni stilla di umanità - dal movimento della mano allo sguardo ricambiato, fino al silenzio di una pausa e al ritmo del respiro - si sperava mostrasse ciò che l'umanità tutta è divenuta in Cristo: la dimora di un Dio che è amore. Che tutti siano resi partecipi della bellezza e della bontà di questa salvezza è il compito della Chiesa, almeno secondo quanto dice con tutto se stesso il vescovo Leone.

Seconda scena: il panorama da una bifora aperta sulla Roma del V secolo. Una città meravigliosa, capitale di un impero potentissimo, ma con i piedi di argilla, dove generazioni di generali e imperatori sembrano impegnati in una gara a dare il peggio di sé, mentre gli «altri», i «barbari», gli «stranieri», appaiono sempre più le caricature degli incubi collettivi. Una città che ospita una Chiesa modello per molte altre, nella quale tuttavia si mostrano evidenti i limiti di chi, senza vestirsi dell'indispensabile corazza di umiltà, tramuta una tradizione di salvezza in un'occasione di perdizione; di chi dimentica che misura della fedeltà a Cristo è prima di tutto la carità e la dignità che solo essa conferisce, non altro, nemmeno se adornato di parole levigate o se scortato dalla sicurezza dei potenti. Leone I detto «il Grande» provava e riprovava i suoi sermoni molte volte prima della liturgia, perché il mistero della salvezza non sta imprigionato in nessuna carta, ma arriva al cuore abitando lo spazio tra le labbra e le orecchie e - come tutte le cose serie della vita - occorre verificarlo, cioè renderlo vero, dandogli carne; nel caso di una parola, vestendone lo spirito dell'umile ma fiera corporeità che è la voce. Forse, è da una finestra come quella, che Leone ha provato il sermone per il Natale del 453, nell'undicesimo anno del pontificato. Prima di riportarne un passo, tuttavia, occorre ancora un'informazione: a differenza del contemporaneo Agostino, di Leone non possediamo una riga sui suoi stati d'animo, sui suoi pensieri, sui suoi dubbi. Nei testi è rimasto solo il vescovo che ha onorato il proprio nome affrontando tutte le battaglie che il ruolo gli ha posto innanzi, compreso il recarsi disarmato presso il Mincio, a trattare con il re degli Unni. La storia gli contesta alcune scelte e prese di posizione, ma non certo la levatura e il coraggio.

Ebbene, tornando alla finestra - o alla basilica durante la predicasi udrebbe, pronunciato con un ritmo lento, che «nessuno si avvicina alla conoscenza della verità più di chi comprende che nelle cose di Dio, anche quando ci si inoltra di molto, sempre resta qualcosa da cercare. Chi ha la pretesa, oh certo, di essere arrivato a ciò cui tendeva, non ha trovato ciò che cercava, ma ha fallito la ricerca». Pausa. «Ma proprio affinché non siamo turbati dalle difficoltà della nostra debolezza, ci aiutano le voci del vangelo e dei profeti, che ci scaldano e ci segnano di una tale forza, che la nascita del Signore, per la quale il Verbo si è fatto carne, non è celebrata come fosse passata, ma è fatta presente. Quanto infatti l'angelo ha annunziato ai pastori che vegliavano a custodia dei greggi, ha riempito anche il nostro orecchio (...): Vi dò l'annunzio di una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: oggi, nella città di David, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore».
    Marco Ronconi



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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:20 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Il calendario, compagno di viaggio


Nel primo capitolo del Genesi, al versetto 14, leggiamo: «Dio disse: "Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra"». Siamo al quarto giorno della creazione e il calendario si delinea già da subito come elemento cultuale e culturale, in questo diario dei giorni primari: dove la luce si avvera e la natura prende forma, le acque si dividono e scorrono, la terra fiorisce e si popola di esseri viventi.

Con il calendario, l'uomo prende in mano il suo tempo tentando di ipotecare il futuro. Dall'osservazione degli astri, soprattutto del Sole e della Luna, nascono le unità di misura fondamentali: settimana, mese, anno. È la dimensione temporale del movimento.

I più antichi calendari, lunari o solari, come quello ebraico, babilonese, cinese, egizio, maya o romano (dalla cui festa di inizio mese, Calenda, deriva il termine «calendario»), si basano sulle fasi e le stagioni, annotano le feste liturgiche religiose e agricole per incontrare, onorare e servire la divinità, dividendo il lavoro dal riposo, i giorni feriali dallo spazio festivo.

Durante il Medioevo si pensò di illustrare il calendario con miniature dotte o gioiose, essenziali o esoteriche, lasciando sempre quell'aria di mistero che fa alone al futuro. Negli ultimi secoli, il calendario, a volte sconvolto e profanato (come durante la rivoluzione francese o quella sovietica), si arricchisce di notizie, tradizioni, consigli utili, eventi e previsioni. Trova posto sulla parete del tinello o della cucina, lasciando sul muro un'impronta bianca come una cornice fissa da occupare ogni anno. Icona cult per l'Italia, il calendario di Frate Indovino da oltre mezzo secolo fa bella mostra nelle nostre case.

Dall'utile al futile, purtroppo, il passaggio è piuttosto facile talvolta. E il calendario si è banalizzato in oggetto-souvenir di una città, un luogo, un parco faunistico e poi un'attrice, una pornostar, un'auto, i personaggi dei cartoni animati, con cadute verticali di stile e a volte ammiccamenti volgari. Ma il calendario resta un punto fermo del nostro rapporto con il tempo. Oltre ai calendari liturgici di uso ecclesiastico, tengono alto il livello di serietà quelli istituzionali, i calendari ecumenici (come quello della Comunità monastica di Bose) e quelli astronomici.

Nel 2009, che l'Unesco ha proclamato anno internazionale dell'Astronomia, per celebrare i 400 anni delle osservazioni telescopiche di Galileo, il cielo regalerà alla nostra vista ben sei eclissi: due di sole e quattro di luna. Tre di queste, il 9 febbraio, il 6 agosto e il 31 dicembre, saranno visibili dall'Italia. Non sappiamo se ci sarà il passaggio di qualche cometa ma possiamo sperare!
    Antonio Tarzia

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:43 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    I Colloqui notturni del cardinal Martini, esempio di vera fede


L’essere umano è impastato di domanda. Si apre alla realtà domandando. La domanda è la chiave con la quale apre il suo accesso al mondo e a se stesso, mediante la quale diventa un essere umano, un essere responsabile della sua conoscenza e della sua azione, un essere libero. Ce lo insegnano la filosofia, che di questa struttura dell'umano è espressione, ma anche tutta la ricerca scientifica, la psicologia e l'esperienza. Già nella primissima infanzia, i bambini si esercitano in un incessante "perché?", rilanciando le risposte che ricevono.

E la religione? E la fede? Come si rapportano a questo domandare? La religione può apparire l'arsenale delle risposte conclusive alle domande umane. Credere sembra il contrario del domandare. Per questo motivo la cultura moderna, in cui fiorisce al massimo lo spirito critico, ha spesso sentito aliene da sé religione e fede. Per questo stesso motivo ora, in un momento di insicurezze gravi dell'umanità tutta, in cui molti, soprattutto giovani, sentono la propria esistenza minacciata e precaria, si da un ritorno alla ricerca di sicurezza e certezza offerte dalla dimensione religiosa. Una motivazione da prender sul serio, ma non per questo solo buona e non priva di rischi per la fede, che può essere esposta al suo esiziale travisamento, cioè a esser intesa come una "corazza" di verità e prescrizioni, entro la quale chiudersi al mondo e alle sue inquietudini, come purtroppo è accaduto e accade.

La domanda aspira a una risposta. Ma la risposta dev'essere tale da non estinguere la sete, la domanda ulteriore, anzi da spingere ad approfondirle, aprendosi al colloquio con tutti gli interroganti. Solo una risposta così fa diventare sempre più umano l'essere umano. Questa del resto è la grande tradizione della sapienza ebraica, che individua il buon discepolo non in colui che sa dare buone, tanto meno prefabbricate, risposte, bensì in colui che sa porre buone domande.

La fede cristiana, se ben compresa, è proprio una risposta di questo genere, secondo il monito di Gesù: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Luca 12,57). Un invito non a mettersi al sicuro, bensì ad andare in mare aperto; non a smettere di pensare e cercare, bensì a non mettere confini alla propria ricerca; non a evitare il rischio, ma ad assumerlo. Una fede degna dell'essere umano, che può essere proposta come un cammino pieno di senso, anche e soprattutto ai giovani.

Non solo l'annuncio ma una testimonianza di una tale fede sono contenuti in Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede, il libro scritto dal cardinale Carlo Maria Martini in colloquio col suo confratello gesuita, padre Georg Sporschill, in risposta a domande poste da giovani, apparso prima in tedesco e ora in traduzione italiana (Mondadori). Un bellissimo esempio dì come attraversare le notti della storia e della nostra vita, trasformandole, da momenti di forzoso arresto del cammino, in soste preziose, momenti del sogno e della visione profetica, vivendole nel colloquio con gli altri e trascorrendole "a Gerusalemme", cioè dimorando nella Scrittura, nello spazio dell'intimo colloquio con la Parola di Dio, sul modello di Nicodemo che visitava Gesù (Giovanni, cap. 3).

Il testimone si mette in gioco. Si espone. Così, l'autore parla, per esempio, della sua paura della morte. Un discorso autentico, non un "cliché devoto". La fede non dissolve tale paura: semmai la innesta nella paura che Gesù stesso provò, proprio così donando speranza che Egli sostenga e soccorra. E se il gesuita, il biblista, l'arcivescovo, il cardinale dicono all'unisono «la frequentazione della Bibbia conduce a pensare in modo aperto», la libertà di pensiero e di cuore dell'autore, la freschezza e franchezza di quanto dice nel libro ne sono la migliore conferma.

Tantissimi i temi toccati, con grande apertura e con un tono caldo, coinvolto e coinvolgente: la fede, la preghiera, la contemplazione, la centralità della Bibbia, l'ecumenismo, l'ascolto dei non credenti, il mondo attuale, le questioni sociali e politiche, il corpo, la coscienza, l'affettività, l'esercizio del pensare, la critica, l'amicizia, la relazionalità, la sessualità, l'amore, 'etica, il senso del vivere e del morire, la Chiesa, i ministeri ecclesiali, il ruolo delle donne nella Chiesa, i laici e in particolare i giovani come soggetti e non oggetti di pastorale.

Qui c'è un anziano che invita i giovani a sognare con lui; che invita tutti a sognare, come dice il profeta Gioele (cap. 3) e così a diventare (non restare apparentemente, col lifting) sempre di nuovo giovani.

Qui viene incontro, nello spirito dell'Evangelo, il senso vero di un'autorità che, secondo l'etimo, "fa crescere", "autorizza" negli altri libertà e responsabilità, che "autorizza" a prendere a propria volta l'iniziativa della parola e dell'azione.
    Maria Cristina Bartolomei



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Gen 09, 2009 9:53 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    L'angolo di strada in cui mi siedo, io indegno mendicante


Strade con nomi antichi nel cuore di Bologna: Caprarie, Drapperie, Pescherie, Calzolerie. A un incrocio, davanti alla più celebre salumeria della città, un posto storico. E la vicenda di un prete mendicante del secolo passato: Olinto Marcila, un veneto di Chioggia, che provoca il cuore dei bolognesi stendendo il suo logoro cappello per mantenere i ragazzi che raccoglie dalla strada e vuole generare e nutrire verso un futuro di lavoro e di serenità. Chiede l'elemosina dappertutto. Ma quell'angolo di strada tra le vetrine diventa, ed è tuttora, il luogo storico di una testimonianza di umile povertà e di carità senza confini che tutta la città, credente e non credente, continua ad ammirare e ad amare. Dopo di lui altri hanno coraggiosamente continuato la sua opera. E "il posto di padre Marcila" è ancora oggi l'umile santuario di una straordinaria memoria di carità cristiana.

Per anni quel luogo e quel segno di fede e di amore hanno accompagnato i miei pensieri e la mia povera preghiera. Alla fine ho chiesto, a chi di padre Marcila porta avanti il dono e la testimonianza, di poter anch'io andare a "chiedere la carità". Quando posso, ogni martedì.

La mendicità è un volto poco conosciuto e molto importante della nostra fede e della nostra sapienza. La mendicità è il povero che grida il suo bisogno. È il grido che Dio ascolta e che lo porta a piegarsi sui suoi figli più cari. Così sono anch'io seduto a mendicare, con il cappello di don Marcila in mano. Per una vicenda che mi porta molto al di là di quello che pensavo e cercavo.

Consapevole di "usurpare" una condizione che non merito e non mi appartiene, scopro lì un tesoro straordinario. Il cappello si riempie dell'elemosina di chi, ricordando il vecchio prete mendicante, s'incontra, spesso senza saperlo, con il mistero di quel Dio che si è fatto mendicante alla ricerca di una sposa amata e perduta. Una sposa che Egli riconquista seduto al pozzo della mendicità quando dice alla donna samaritana: «Dammi da bere». E sarà così sino alla fine, sino a quel «ho sete» della Croce che adempie le Scritture e lo offre al Padre per la salvezza dell'intera umanità.

Ma con ancor più grande stupore scopro che chi si ferma a mettere qualcosa nel cappello non è solo donatore, ma anche - e soprattutto - lui stesso mendicante. Con poche parole, spesso tra le lacrime, mi affida la sua pena, la sua povertà, il suo dolore. Forse il vero "tesoro del campo" è proprio questo: una reciprocità dell'affetto che consente a tutti di celebrare il gesto di Chi ci ha lavato i piedi e ci ha chiesto di lavare l'uno i piedi dell'altro. Perché ognuno ha bisogno dell'altro. E ciascuno può chinarsi verso l'altro, per ricambiare la carezza di Dio.
    don Giovanni Nicolini

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 11:13 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Il sabotaggio della speranza


Forse ogni generazione è destinata a commettere un reato contro quella successiva, sebbene la natura di questi reati sembri mutare nel tempo. Nelle nostre culture il rancore per i presunti errori commessi dalla generazione dei nostri padri più di 40 o 50 anni fa viene ampiamente alimentato. Questi presunti errori hanno avuto a che fare con l'imposizione di regole non spiegate correttamente, che quindi sono apparse arbitrarie e, in qualche modo, ricattatorie. Ad ascoltare le voci più altisonanti nelle nostre culture, si immagina che questi errori proseguano tutt'ora, quando invece, nella misura in cui ci sono stati, appartengono al passato. Oggi le generazioni che all'epoca si appropriarono del potere culturale attraverso la ribellione contro i vecchi guastafeste, scatenata dal desiderio di essere liberi, commettono un errore collegato, ma completamente diverso: il rifiuto di essere sinceri sull'esperienza della libertà.

A quel tempo, negli anni Sessanta, la libertà era definita per un'intera generazione in termini che lasciavano capire che non era stata mai provata prima. Era stata provata molte volte certo, ma forse non da un'intera generazione contemporaneamente. La definizione era semplice: la libertà è il diritto di fare ciò che si vuole. Secondo la logica di tale definizione solo la misantropia e i divieti si interponevano fra gli esseri umani e la perfetta soddisfazione.

La rivoluzione scaturita da quest'idea ha cambiato il mondo, ma senza modificare la natura umana. Ora gli esseri umani sono molto più liberi di quanto lo siano mai stati prima secondo questi criteri. Tuttavia non sono più felici, e forse lo sono di meno. Nonostante questo, la nostra cultura continua a tenere alta la fiaccola di questa idea di libertà, come se non fosse mai stata messa in discussione o confutata, trasmettendo ai giovani di oggi lo stesso messaggio sulla natura della libertà e condannandoli a entrare negli stessi vicoli ciechi.

Essenzialmente ciò accade perché coloro che quaranta anni fa sottrassero la loro libertà alle autorità dell'epoca hanno poi rifiutato di descrivere in maniera veritiera la natura delle loro esperienze. Quindi nelle nostre culture restano le stesse delusioni che, come trappole per orsi, attendono i giovani. Consideriamo qualcosa che accade tutti i giorni: sei sull'autobus e ascolti la conversazione fra due giovani su come si sono ubriacati la sera precedente. Uno dice di aver bevuto 14 pinte di birra e di essersi sentito male. L'altro risponde di aver bevuto talmente tanto da svenire. Ridono fragorosamente. Uscendo per un attimo dalla mentalità diffusa, non è forse evidente che, oggettivamente, si tratta di un fenomeno strano? Due giovani sani che si vantano del danno che hanno inferto all'unico corpo che possiedono? Che cosa significa?

Perché si vantano in realtà? Perché hanno sperimentato ciò che intendono per libertà. Hanno sfidato alcuni aspetti di un divieto immaginato e hanno fatto qualcosa che viene disapprovato. Sono ribelli. Da giovane ho fatto questi discorsi molte volte. Nel mio libro Lapsed agnostic, pubblicato lo scorso anno, ho descritto le mie esperienze di libertà, ricorrendo all'esempio dell'alcol e cercando di essere sincero su quanto avevo vissuto.

Quando ne parlo mi chiedono perché sono così sincero e io rispondo "perché nessun altro lo è". Questa storia non è una confessione, ma la descrizione della scoperta dei limiti della mia umanità. Ho seguito la via consigliata verso la libertà finché ho raggiunto il precipizio della mia personale capacità di soddisfazione. Solo da lì sono riuscito a guardare, a distanza, la realtà assoluta alla quale ero strutturalmente legato.
Sono nato nel 1955, per cui ho più o meno l'età del rock 'n 'roll. Questo è importante per me perché sento di aver vissuto in un'epoca in cui stava accadendo qualcosa di coerente, qualcosa con un inizio, una metà, e, non così lontano nel tempo, una fine, una destinazione fantasma che prometteva la perfetta felicità.

L'elemento rock 'n' roll non è casuale: dal punto di vista culturale e ideologico esprime il concetto di libertà approvato dall'umanità occidentale nel corso della mia vita. Il rock 'n' roll ha una sorta di aura di rivoluzione permanente, senza tempo, di sfida a tutto, inclusa la natura stessa. Quarantatré anni fa, il gruppo musicale inglese The Who, nel suo inno di rifiuto, cantava "spero di morire prima di diventare vecchio", trasmettendo la mentalità di quell'epoca di libertà.

La cosa importante era rimanere giovani perché da giovani era possibile evitare di affrontare la questione del significato ultimo. Il problema dell'aldilà non si poneva non solo perché, parlando relativamente, era lontano, ma anche perché la sua logica si frapponeva fra noi e il raggiungimento della felicità e della soddisfazione qui e ora. La giovinezza divenne il centro della cultura che abbiamo creato emergendo dalla rivoluzione degli anni Sessanta. Se ci si potesse autocongelare culturalmente in un determinato momento di tempo, non ci sarebbe bisogno di credere in null'altro che nella propria capacità di essere felici secondo il proprio concetto di felicità. A vent'anni, cinque anni sembravano un'eternità in cui divertirsi a infrangere tutte le regole imposte dai vecchi per ridurre la libertà. Morire non era tanto andare in un posto migliore, una questione che la cultura rimuoveva, ma risparmiarsi l'umiliazione del decadimento. Lo straordinario è che le generazioni entrate nella sfera pubblica fra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta e che oggi controllano le leve del potere nelle nostre società sono riuscite a perpetuare l'idea del rimanere giovani anche molto tempo dopo la fine della loro stessa giovinezza. Hanno creato una cultura in cui l'essere senza età è fondamentale, sebbene la delusione insita nel carattere di questa aspirazione sia ovvia e inevitabile.

Ho fatto parte di queste generazioni, crescendo al centro di questa cultura, profondamente immerso in essa come critico del rock e scrittore. Sto cominciando a trovare modi per descrivere in modo autentico questa esperienza, ma non è facile. Poiché la cultura era definita dall'etica della ribellione e la morale di tale ribellione era evidente per chiunque vi fosse implicato, è difficile descrivere cosa si è vissuto senza apparire come uno che ha cambiato posizione, ha tradito l'idea di libertà o semplicemente è impazzito. Tentare di descrivere la realtà al di fuori della campana di vetro della cultura significa assumere le sembianze di un traditore, divenire reazionario, il che viene subito attribuito di solito alla crisi di un uomo di mezz'età.

Forse è proprio così, ma questa crisi cosa può significare se non che il viaggio dell'essere umano sulla terra è definito, fra le altre cose, dalla scoperta graduale del paradosso definitivo: la mortalità che apre la strada all'eternità? Ora sento che solo di recente ho cominciato a pensare a me stesso per quello che sono veramente e che, fino a poco tempo fa, la cultura cospirava insieme al mio desiderio di rendere razionale il mio sogno di libertà per impedirmi di parlare della verità su me stesso. Sento che, per la maggior parte della mia vita, la cultura è riuscita a bloccarmi o a dissuadermi dal percepire me stesso in maniera autentica. Poiché abbiamo creato una cultura che resta giovane anche se noi invecchiamo, una cultura che istilla in ognuno di noi un senso di alienazione a cui rispondiamo o ritirandoci nella vita privata oppure stando al gioco e cercando di non perdere la presa della giovinezza più a lungo possibile.

Questa cultura nasconde un significato centrale, ma nega di farlo. In tutto il suo sproloquiare di promesse non riesce a suggerire una meta ultima, ma, al contempo, sostiene la sua esistenza. La questione è rimossa non tanto nel dibattito formale delle nostre società, dove la questione dello scopo della vita dell'uomo è in un certo senso "coperta", ma proprio negli atomi stessi della cultura, negli assunti e nelle convenzioni che governano la realtà, in ciò che si trasmette con le parole, nelle ombre dei concetti che diamo per scontati nella vita quotidiana.

Si tratta di una cultura che sabota la speranza; la speranza è possibile, ma viene allontanata dallo sguardo l'unica fonte che esiste al di là della paccottiglia e delle emozioni offerte dal mercato. Una cultura formatasi in duemila anni sulla base della consapevolezza di Cristo è stata ridotta in quarant'anni a una cultura in cui la speranza è definita solo dalla prospettiva di qualcosa in più rispetto a ciò che già non è riuscita a soddisfare. La cultura ci dice con insistenza che se abbiamo vissuto di chiacchiere e sensazioni e non siamo soddisfatti è solo perché abbiamo fatto le cose in modo sbagliato. Non abbiamo indossato la paccottiglia nel modo giusto oppure non ci siamo esercitati abbastanza a vivere appieno le emozioni. È una questione di tecnica o di atteggiamento o, forse, di scarsi "aiuti chimici".

E, stranamente, non importa quante volte la nostra esperienza personale ci dice che queste promesse sono sospette, la forza del messaggio continua a convincerci che la causa dell'insoddisfazione è in qualcosa di non adeguato dentro di noi. Nei casi più estremi, gli abitanti insoddisfatti e quindi inadeguati del mondo del mercato vengono definiti vittime di patologie o di malattie. Sono depressi o tossicodipendenti o semplicemente disturbati.

Poiché le nostre società sono guidate da questi malintesi sulla libertà e noi temiamo che se le nostre illusioni venissero messe a nudo non avremmo più nulla per cui vivere, rifiutiamo di guardare all'orizzonte assoluto della realtà, che nelle nostre culture non è giunto a significare altro che l'orlo dell'abisso, a cui occasionalmente diamo una sbirciatina con la coda dell'occhio. Quando, di tanto in tanto, forse al funerale di un amico o davanti allo sfogo di disperazione di un altro, ci troviamo faccia a faccia con la realtà, distogliamo lo sguardo con terrore e sconcerto.

In questa cultura la fede è condannata ad avere la funzione di consolazione per quanti non sono all'altezza.

La mentalità diffusa rende impossibile abbracciare Cristo senza apparire, anche a se stessi, come qualcuno che si è arreso al sentimento e alla paura. E la stessa cultura religiosa spesso accetta di essere ridotta a questo concetto limitato. La parola "secolarizzazione" non è in grado di comunicare alle società moderne che cosa è accaduto. È una parola strana. Ha un significato ambiguo. Suggerisce un ritiro dal sacro, ma anche un rifiuto della religione organizzata. Viene utilizzata anche per descrivere il processo di separazione fra Stato e Chiesa. Tende a essere utilizzata in riferimento a un processo politico che usurpa il ruolo della fede e della religione nella società. Tuttavia, curiosamente, la stessa parola è usata sia da quanti approvano questo processo e lo guidano sia da quanti lo contrastano.

Ma è inadeguata a descrivere la situazione, la divisione tra mondo religioso e mondo materiale, e la scomparsa della consapevolezza che esiste una realtà "assoluta".

In effetti, le nostre società vengono costruite per celare alla vista la possibilità della coscienza di una dimensione infinita, eterna o assoluta: riceviamo un nuovo soffitto che crea l'illusione che gli esseri umani possano funzionare entro uno spazio autodefinito e perfino autocreato.

Il concetto di secolarizzazione non fa nulla per metterci in guardia contro l'enormità di questo mutamento nella nostra cultura, significando semplicemente una liberazione dalle catene dell'autorità religiosa, cosa che è ambigua al massimo. Per descrivere quello che sta accadendo abbiamo bisogno di un'altra parola. Quella che mi è venuta in mente è "deassolutizzazione", che descrive un processo esistenziale e politico, l'esclusione di Cristo dalla cultura. Tuttavia, come per molti aspetti dei mutamenti culturali fondamentali che si stanno verificando, parliamo poco di questo fenomeno. I cristiani mettono continuamente in guardia contro le sue conseguenze, ma, in qualche modo, sembrano parlare di qualcosa che è preoccupante da un punto di vista solo istituzionale. Cristo è invocato nel contesto dell'autorità ecclesiale o almeno così sembra. Ad ascoltarli, le conseguenze della perdita di Cristo sembrano avere a che fare con la perdita di valori morali e forse con la perdita della possibilità di consolazione nelle prove e nelle sofferenze della vita.

Data la natura superficiale dell'esperienza educativa cristiana da parte delle nostre società, ciò appare come la perdita di qualcosa di opzionale e non di qualcosa che è centrale per l'esistenza. Dal momento che la dottrina cattolica ha evidenziato la morale rispetto ad altri aspetti della proposta cristiana, tutti i riferimenti a Cristo tendono a essere letti nelle nostre culture come ammonimenti contro la perdita del Suo amore a causa del peccato. L'idea che, nel perdere il contatto con Cristo, perdiamo qualcosa di fondamentale per la nostra natura umana, semplicemente non viene espressa. Può anche essere presente nell'intenzione di chi parla, ma non si comunica attraverso la nebbia della cultura.

La nostra idea culturale semplicemente non comprende il significato dell'amore di Cristo, che non è qualcosa di opzionale e sentimentale, un accessorio a scelta che si può abbandonare senza conseguenze immediate. L'idea che la persona e la presenza di Cristo incarnano qualcosa di vitale, qualcosa di indispensabile alla natura umana, qualcosa di non negoziabile all'interno della condizione umana, è talmente strana nelle nostre culture cristiane che molte persone che non hanno difficoltà a dirsi cristiane, in questi altri termini rimarrebbero scioccate da queste implicazioni.

È possibile aver sentito parlare di Cristo per tutta la vita ed esserci lasciati sfuggire questo aspetto? Sicuramente no. Perché nessuno ce lo ha detto prima? Le implicazioni di questo, di certo, hanno una portata ancor più vasta. Quello che suggerisce è infatti che il processo di deassolutizzazione stava verificandosi già prima di quella che chiamiamo secolarizzazione. Quest'ultima ha quindi trovato un terreno già fertile e ha potuto piantare i suoi semi senza molto sforzo. Ciò suggerisce che il messaggio cristiano stesso, come viene trasmesso in numerose nostre società cristiane, ha evidenziato molti elementi secondari e discorsi sull'essenza della proposta cristiana, ma non è riuscito a trasmettere alla cultura che il significato essenziale è che Cristo ci può liberare dai limiti della nostra umanità.

Se questo sembra ovvio ad alcuni lettori, posso assicurarvi che sembrerà oscuro alla maggior parte di essi. Le parole stesse con le quali questa idea viene espressa non riescono a trasmettere il suo significato perché sono ormai abusate, limitate e ridotte a sentimentalismo.

Le dichiarazioni sul significato di Cristo nella nostra cultura sono ascoltate solo da chi è già convinto ed è impossibile capire dalle loro risposte che cosa intendano precisamente.

A giudicare dalle parole che utilizzano per rispondere, pare che abbiano recepito soltanto l'idea sentimentale o l'idea autoritaria o l'idea morale o una delle idee superficiali che sono state "appiccicate" alle nostre culture nel nome di Cristo. Ma talvolta sembrano consapevoli dell'idea più sensazionale che sia mai stata espressa.

Nell'agosto scorso, in occasione del "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di Rimini ho parlato sul tema "il cristianesimo non è una dottrina, ma un incontro". Quando ho cominciato a pensare a questo tema prima dell'intervento sono rimasto colpito dal fatto che, per me, Cristo è ancora un'idea e che, sebbene io abbia ora, dopo molti anni di ricerca, il desiderio di incontrarlo, non l'ho ancora veramente fatto. Ho conosciuto molte persone che lo hanno incontrato o che mi hanno detto di averlo incontrato, ma sono ragionevolmente certo che per me rimane un'astrazione.

Ascoltando molte persone parlare di questo non mi ha convinto il contenuto letterale delle loro descrizioni ma il loro modo di vivere: sono certo che hanno incontrato qualcosa di eccezionale. Non ho dubitato che avessero incontrato Cristo, ma non sono riuscito a trarre dai loro discorsi qualcosa capace di portarmi nel luogo dove lo avevano incontrato.

Era come se le parole cadessero in pezzi appena pronunciate e non potessero essere riassemblate nelle mie orecchie. Peggio ancora: notavo in me stesso la tendenza a pretendere di comprendere quando invece non lo facevo, a imporre al mio comportamento una condivisione di quell'esperienza che di fatto restava per me misteriosa.

Da bambino ho ricevuto quella che immaginavo fosse una relazione profonda con Cristo. Crescendo nell'Irlanda degli anni Sessanta ero un bambino pio e devoto. Amavo Gesù oppure pensavo di amarlo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Sarebbe stato impossibile non amare quell'essere perfetto, quel bel Gesù che era morto per salvarmi. Tuttavia, sulla soglia dell'età adulta, sedotto dalle libertà del mondo, gli ho voltato le spalle. Questo allontanamento è stato accompagnato da una grande carica emotiva, per lo più rabbia per gli abusi percepiti nella gestione del cristianesimo nella mia cultura, sebbene provassi anche altre emozioni. Ora mi colpisce che nemmeno una volta ho rivolto la mia rabbia alla persona di Gesù, nemmeno una volta gli ho rivolto un pensiero negativo, nemmeno una volta ho pensato di doverlo biasimare per qualcosa. È interessante perché non credo di essere l'unico.

Stranamente, sebbene le nostre culture abbiano voltato le spalle a Gesù, non l'hanno mai veramente rifiutato. Nonostante le numerose accuse contro la fede, la religione, la Chiesa e la Bibbia, nella nostra cultura nulla suggerisce che Gesù non sia stato un essere eccezionale. Questo è bizzarro e interessante.

È come se, sebbene l'impulso alla libertà ci abbia chiesto di allontanarci da Lui, l'abbiamo fatto con una certa riluttanza, un certo rimpianto. Infatti, se si tentasse di individuare l'emozione centrale che domina il nostro attuale rifiuto di Cristo, non si troverebbe rabbia o disprezzo, ma piuttosto qualcosa di simile alla vergogna. Ci vergogniamo di aver rifiutato Gesù, ma il nostro desiderio di libertà non sembrava offrirci alternativa perché Gesù era diventato inestricabilmente collegato alla precedente cultura di oppressione e negazione.

Capiamo o pensiamo di capire noi stessi fin troppo bene. Le nostre culture creano logiche chiuse ermeticamente che ci seducono con la loro simmetria. Le nostre idee autoreferenziali sulla nostra natura ci sembrano sempre più plausibili. Essendoci staccati da una coscienza assoluta della realtà, è difficile tornare a vedere noi stessi nella vecchia maniera, soprattutto perché non ce n' è un bisogno immediato e perché così facendo potremmo dover abbandonare certe idee sulla libertà. Il nome stesso di Gesù è stato contaminato da pregiudizi e timori che rendono impossibile pronunciarlo senza far suonare i campanelli di allarme che la cultura ha installato nelle nostre teste.

Cristo, dunque, viene reso periferico sia nel linguaggio sia nella realtà, anzi forse soprattutto nel linguaggio. Non viene completamente rifiutato, ma collocato in un limbo culturale, una figura alla quale associamo amore, consolazione e misericordia, ma nulla di concreto che ha a che fare con il presente.
    John Waters



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MessaggioInviato: Gio Gen 22, 2009 9:54 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La "differenza cristiana" non ammette arroganza


Negli anni in cui erano redatti gli ultimi libri del Nuovo Testamento, un autore a noi sconosciuto indirizzava un breve scritto a un tal Diogneto, un pagano cittadino dell'impero romano, per spiegargli la novità del cristianesimo, chi erano i cristiani, minoranza ormai presente in tutto il Mediterraneo. Quegli anni erano un tempo di semina per la Chiesa, una stagione in cui i cristiani erano a volte osteggiati, talora anche perseguitati, tuttavia essi sapevano nutrire nel loro cuore la macrothymia, questa capacità divina che consente di «sentire in grande», di leggere la storia e vedere l'umanità con profondo amore e forte speranza. I cristiani erano sì minoritari, ma non certo insignificanti: anziché essere angosciati per questa situazione, scorgevano in essa una possibilità di manifestare la propria fede, un'occasione di essere fedeli al Vangelo traducendolo nella vita personale e societaria. Questi nostri padri e madri nella fede erano consapevoli che il cristianesimo portava dentro di sé un messaggio di umanizzazione, sentivano la fede cristiana come un'arte del vivere umanamente e comunitariamente, sapevano che la vita cristiana è una vita bella, buona e beata...

In questo scritto non troviamo posizioni arroccate, sulla difensiva, né pensieri di disprezzo verso i non cristiani. Ecco come i credenti si descrivevano: «I cristiani vivono in città greche e barbare come a ciascuno è capitato e si adeguano alle consuetudini del luogo nel vestire, nel cibo e nel resto, testimoniando però una forma di vita sociale ammirevole seppur paradossale... Vivono nella loro patria ma come forestieri, partecipano a tutto come cittadini ma da tutto distaccati come stranieri. Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è straniera... Si sposano come tutti, generano figli ma non gettano i neonati, mettono in comune la tavola ma non il letto... Sono nel mondo ma non vivono mondanamente. Dimorano sulla terra ma hanno la loro cittadinanza nel cielo» (A Diogneto, V, I -9).

Questa la "differenza cristiana" che emerge nella "indifferenza" degli abitanti dell'impero: una differenza che si distingue nell'atteggiamento verso i beni che sono da condividere, verso la vicenda dell'amore da viversi con fedeltà, nell'atteggiamento nei confronti della vita degli indifesi, degli ultimi...
Ma in questa lettera A Diogneto c'è anche un'espressione che può sorprenderci: «I cristiani sono nel mondo come l'anima è nel corpo,., essi sostengono il mondo... Dio li ha messi in luoghi che ad essi non è lecito abbandonare» (VI, 1.7.10). I cristiani anima del mondo? Non è questa una pretesa, un'espressione arrogante? A dire il vero, quando la sento ripetere oggi a basso prezzo e con troppa facilità, mi provoca disagio. Per sostenere un'affermazione simile occorrerebbe essere credibili, condurre concretamente una vita che renda visibile, e non solo proclamata, questa differenza cristiana. Ci sono troppi cristiani ai quali basta mettere la parola «Dio» nello spazio pubblico, magari nelle Costituzioni, per concludere rapidamente che i cristiani sono anima del mondo. Tuttavia credo resti vero che il cristianesimo ha un messaggio che può dare soffio, dinamismo alle nostre società in ricerca di cammini di senso e di umanizzazione. Il cristianesimo ha un messaggio sulla vita comunitaria degli uomini, sul rispetto di ogni persona, sulla possibilità di una vita nella giustizia e nella pace, sul cammino da percorrere per costruire storie d'amore autentiche... Davvero può essere letto come anima del mondo, soffio vitale che aiuta a sostenerlo.

Solo il cristianesimo può fare questo? I non cristiani vivrebbero nel vuoto, senza possibilità di avere una morale, un'etica? No! Affermazioni come quelle che si sentono qua e là - «Senza Dio, tutto è permesso! Senza la fede in Dio non c'è fondamento all'etica...» - non appartengono al messaggio cristiano: il cristianesimo insegna che ogni essere umano, cristiano o no, è creato a immagine e somiglianza di Dio, dunque è capace di fare il bene e ripudiare il male. Sì, chiunque combatta alienazione e idolatria offre il suo contributo affinché il mondo abbia un'anima, una vita autentica. Nei testi fondanti del cristianesimo troviamo che la fede cristiana mira proprio a sperare per tutti, a portare a tutti una buona notizia, quella dataci da Gesù Cristo.

Quando i cristiani non disertano, quando restano saldi al loro posto e assolvono la funzione assegnata loro da Dio, è allora che sono anima del mondo, di un mondo che Dio ha tanto amato fino a dare suo Figlio.
    Enzo Bianchi



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Gen 30, 2009 9:57 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Padre Pire, il prete Nobel

Il 30 gennaio di quarant’anni fa si spegneva a soli 59 anni, stroncato da una trombosi cerebrale, il do­menicano belga Dominique Pire: apo­stolo dei diseredati e dei rifugiati. L’uomo che amava definire – con le stesse parole dell’Abbé Pierre – il suo impegno come quello di «essere la voce dei senza voce». Ma padre Pire fu anche il primo sacerdote a vincere il Nobel per la pace – dopo di lui lo riceverà nel 1996 il vescovo salesiano di Timor Est, Carlos Filipe Ximenes Belo –, assegnatogli il 10 dicembre 1958 per il sostegno offerto ai popoli oppressi del secondo dopoguerra. In quel frangente il religioso disse, con voce rotta dalla commozione: «Premiate con il Nobel un prete e un bambino, allo stesso tempo». Primo di 7 figli, Georges Pire nacque a Dinant, in Belgio, il 10 febbraio 1910. Entrò nei domenicani nel 1928 prendendo il nome di Henri Dominique, in omaggio al grande predicatore e intellettuale francese Lacordaire. Dal 1932 al 1936 conseguì il dottorato in teologia all’Angelicum e in seguito si laureò in sociologia a Lovanio. Stelle polari della sua vita furono Tommaso d’Aquino e Saint-Exupéry. Dopo una proficua esperienza d’insegnamento della teologia in Belgio e un impegno diretto tra gli scout, allo scoppio della guerra padre Pire entrò nelle file della Resistenza come cappellano. Fu per lui il primo confronto con il mondo dei rifugiati. Il suo merito maggiore fu aver aiutato gli Alleati a penetrare nel Belgio, occupato dai nazisti.

Ma il vero anno di svolta fu il 1949, grazie all’incontro con l’ufficiale americano Edward Squadrille col quale visitò 25 campi profughi europei, sia nella zona occupata dagli statunitensi che in quella d’influenza russa. Rimase impressionato in particolare da Trieste. «Quello che mi colpì in quelle visite – racconterà lo stesso Pire anni dopo – era la mancanza di dialogo tra le persone recluse. I polacchi aiutavano i polacchi, gli ungheresi gli ungheresi. I cattolici sostenevano solo i cattolici e lo stesso facevano i protestanti. Mancava un vero dialogo fraterno e una rete di mutuo soccorso». Da queste visite nacque l’idea dei Villaggi Europei. Da quel momento il sacerdote costruirà i suoi Villaggi in ogni angolo del vecchio continente, con un impegno principale: il sostegno ai profughi, soprattutto vecchi e bambini, e la difesa dei loro diritti umani, abbattendo le barriere di diversità religiosa, culturale e soprattutto razziale. Terreno fertile del suo apostolato fu anche l’annuncio del Vangelo ai non credenti e agli atei militanti. Come Thomas Merton e don Primo Mazzolari, padre Pire fu convinto promotore della Pacem in Terris di Giovanni XXIII. Profetiche e di grande lungimiranza risultarono le sue battaglie contro il riarmo atomico – «le nuove Hiroshima» –, la tortura, la fame nel mondo e ogni forma di razzismo. Condivise con tutto se stesso le appassionate riflessioni del giornalista John Griffin, amico di Merton e autore del libro Black like me («Nero come me») per un’uguaglianza sostanziale tra neri e bianchi negli Stati Uniti di Martin Luther King e Bob Kennedy. In una confidenza all’amico Charles Dricot nel libro-testamento del 1966 Costruire la pace, il domenicano belga si diceva convinto che gli Stati Uniti «fra quarant’anni avranno un presidente nero»: una profezia che ha avuto compimento pochi giorni fa...

La ribalta mediatica del Nobel spingerà poi padre Pire ad avverare un sogno accarezzato da anni: fondare a Huy, in Belgio, l’Università della Pace. Creata il 10 aprile 1960, l’istituzione esiste tuttora ed è formata da 1500 studenti provenienti da tutto il mondo e appartenenti a varie religioni. Scopo dell’ateneo, dai tratti inconsueti, è formare «buoni operai della pace» – secondo le parole stesse del fondatore. Ma non solo. Obiettivo principale della forse più fortunata e riuscita «creatura » di padre Pire è stato anche realizzare una scuola di pace all’insegna della tolleranza, del dialogo interreligioso e interculturale e in particolare dell’educazione dei giovani alla risoluzione dei conflitti. Ben dieci premi Nobel, facendo parte del comitato scientifico dell’università, rimarranno affascinati dal luogo e dalla forza profetica e vulcanica del religioso domenicano; tra loro il padre della bomba atomica Robert Oppenheimer e l’amico di vecchia data, medico e teologo Albert Schweitzer. Anche Salvatore Quasimodo, Nobel nel 1959, manterrà sempre nei confronti di Pire un «sentimento di stima e riconoscenza per i suoi insegnamenti ».

L’ultimo grande lascito di Dominique Pire è il progetto «Isole di pace» che ha permesso di sostenere con aiuti concreti i Paesi in via di sviluppo. Nell’ultima parte della vita il religioso interverrà spesso per lanciare appelli in favore della pace. Lo farà dopo l’omicidio di Martin Luther King, sollecitando un intervento per pacificare il Vietnam. Ripeterà il gesto dopo la repressione della Primavera di Praga (in quel caso la sua organizzazione aiutò 50 giovani cechi) e dopo l’uccisione di Bob Kennedy. Il sacerdote morirà pochi mesi più tardi. «Qui riposa padre Pire – si legge sulla sua tomba –, voce degli uomini senza voce».
    Filippo Rizzi



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Mar Feb 10, 2009 5:31 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Quella logica Barbara della rupe Tarpea...


Abbiamo assistito in questa settimana a quella che potremmo definire, a buon diritto, la "esposizione mediatica" — cioè la quasi esclusiva presentazione attraverso i canali della comunicazione sociale televisiva e giornalistica - di un caso così delicato e complesso come quello di Eluana Englaro, della sua sofferenza, della sua vita, del comprensibile dolore dei suoi congiunti e del dovere di accudimento e di cura nei suoi confronti... un dovere "in bilico" lungo lo stretto sentiero che esiste tra "accanimento terapeutico" da un lato e "abbandono terapeutico" dall'altro.

Non pretendo, quindi, di affrontare il problema sotto tutti i suoi aspetti dalle ospitali righe di questo giornale. Solo mi pare possa essere di qualche utilità offrire a tutti coloro che amano riflettere e considerare seriamente le conseguenze delle scelte personali e sociali una breve serie di considerazioni, che ci aiutino ad uscire da un modo di affrontare il problema nel quale, l'emotività da un lato, e pregiudiziali e irrazionali schieramenti ideologici dall'altro, abbiano ti sopravvento.

In primo luogo nutrire e idratare una persona al massimo grado di disabilità non è certo un accanimento terapeutico, ma la più elementare forma di cura e di vicinanza dovuta a un malato. Desistere dal farlo è rinunciare al bene della vita e troncare una relazione: una sconfitta della speranza e una resa alla logica della solitudine e della lontananza. Ciò che si prospetta ora è perciò un vero e proprio abbandono terapeutico. Iguana non viene "lasciata morire", ma muore per abbandono. Non c'è vera differenza fra segare un tronco e togliere tutt'intorno la terra: ugualmente la pianta muore, mentre prima viveva.

Si può parlare di coma "irreversibile"? La scienza neurologica non sa spiegare perché ci si risveglia, o meno, da uno stato vegetativo persistente (che sarebbe quindi già errato definire "permanente"). La letteratura medica contempla diversi casi di "risveglio" a distanza anche di anni. Se, nel caso di Eluana, cristianamente c'è lo spazio per la fede in un miracolo, laicamente c'è tutto il dovere di non sopprimere la pur tenue probabilità di risveglio.

Fra l'altro non è neanche del tutto certo lo stato di completa incoscienza di un paziente in stato vegetativo persistente. Al di là di alcuni riflessi bio-fisici (come il ritmo sonno-veglia, la motilità delle pupille, la capacità di deglutire), studi recenti (come quelli condotti da A. Damasio) ipotizzano che la sede dello stato di coscienza sia da individuare non solo nella corteccia cerebrale, ma anche in alcune strutture neurologiche periferiche, che risultano perfettamente attive - a differenza della corteccia cerebrale - nei pazienti in stato vegetativo.

Qualcuno evoca il doveroso rispetto della volontà libera di Eluana. Ma tale volontà libera risulta ricostruita in maniera frammentaria e a distanza di gran tempo: davvero troppo poco per una civiltà giuridica e medica come la nostra che eia anni insiste sul principio dei "consenso informato". Secondo alcuni spetterebbe al padre di Eluana supplirà, in qualità di tutore o curatore di persona disabile, alla mancanza di competenza della figlia: ma così si dimentica che il rapporto di tutela e curatela può esercitarsi solo a vantaggio, non a danno della persona disabile.

È legittimo affermare la non coercibilità dei trattamenti terapeutici attraverso la forza cogente della legge civile (come fa la nostra Costituzione, art. 32 comma 2°, e la Convenzione di Oviedo). Tutt'altra cosa è asserire l'esistenza di un fantomatico "diritto a morire". Si parlerà giustamente di un "diritto a morire con dignità" - ossia nell'esclusione di ogni forma di accanimento terapeutico e nella pallia/ione compassionevole del dolore -, ma solo una civiltà disumana e disperata potrebbe legittimare il "diritto a morire". lì, solo una civiltà di solitudine e di indifferenza potrebbe legittimare il correlativo dovere di "dare la morte". Non a caso, anche sul piano giuridico, esiste il reato di "omicidio del consenziente".

È, certamente questa, oggi, una delle questioni culturalmente più rilevanti. Il principio (laico) della sacralità della vita sta per essere rimpiazzato dal principio della sacralità della libertà individuale», con conseguenze disastrose per la vera dignità della persona umana. Una seconda questione culturalmente rilevante concerne il principio della qualità della vita. Si tratta di uri principio importante quando si tratta di definire il concetto di accanimento terapeutico. Ma non si può ascrivere totalmente il bene e il valore della vita alla somma delle sue qualità o abilità. Anche la vita gravemente disabile - a cui siano state progressivamente chiuse tutte le "finestre" sulla realtà: la mobilità, l'espressività, la coscienza - conserva un "fondo" inalienabile di bontà, di bellezza, di relazione. Asserire il contrario significa cadere inevitabilmente nella trappola dell'eutanasia e del razzismo eugenetico.

Dalla rupe Tarpea ai campi di sterminio, questa concezione qualitativa della vita umana ha sempre avuto i suoi assertori. Ma l'idea di un "controllo di qualità" (quale?) a cui assoggettare il bene sommo della vita - una sorta di "patente a punti" dove a un certo momento la patente viene ritirata - calpesta la dignità dell'uomo. lì, il livello di una civiltà umana degna di questo nome si giudica proprio dalla sua capacità di cura e di vicinanza alle persone più deboli, più povere, più sfortunate.

C'è, infine, da segnalare il rischio che il caso Englaro inneschi una deriva incontrollabile verso la pratica eutanasiaca, di cui del resto è episodio il caso stesso. Si può legittimamente temere per la sorte delle migliaia di persone che versano in condizioni di incoscienza o semicoscienza simili a quelli di Iguana (pazienti in stato vegetativo, pazienti oncologici in fase terminale, malati di Alzheimer...). Cosa trattiene - una volta "appurata" la loro presunta volontà in tal senso - dall'estendere al loro caso la sospensione di alimentazione e idratazione appena legittimata? lì, cosa ci tratterrà dal scivolare dall'incerto "diritto a morire" (stabilito-da-loro) al certo (ed economicamente conveniente) "dovere di morire" (stabilito-da-noi)?
    Diego Coletti, Vescovo della Diocesi di Como, 7 febbraio 2009



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MessaggioInviato: Mar Feb 10, 2009 5:33 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Cei: non venga meno la passione per la vita


In questo momento di grandissimo dolore, affidiamo al Dio della vita Eluana Englaro. Le preghiere e gli appelli di tanti uomini di buona volontà non sono bastati a preservare la sua fragile esistenza, bisognosa solo di amorevole cura. Siamo affranti in questa grave circostanza, ma non viene meno la speranza, che nasce dalla fede e consegna alla misericordia del Padre Eluana, la sua anima e il suo corpo. E’ questa speranza a renderci una cosa sola, accomunando quanti credono nella dignità della persona e nel valore indisponibile della vita, soprattutto quando è indifesa. Facciamo appello a tutti perché non venga meno questa passione per la vita umana, dal concepimento alla sua fine naturale.
    Comunicato della Conferenza Episcopale Italiana dopo la notizia della morte di Eluana Englaro



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MessaggioInviato: Mer Feb 11, 2009 4:27 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Di fronte alla morte


Come accadde per la terribile agonia e la fine di Terri Schiavo negli Stati Uniti, la morte molto simile di Eluana Englaro ha turbato e sconvolto l'Italia. E ha diviso e lacerato il Paese. Ora, di fronte alla morte è necessario chinare il capo e sostare in silenzio dopo settimane angoscianti di polemiche e di scontri. Nella preghiera i cattolici, i cristiani, i credenti; nella meditazione e nel raccoglimento tutti, senza alcuna distinzione.

E tutti abbiamo il dovere di tornare a pensare alla morte, a questa dimensione che fa parte della vita umana e che non sarà mai possibile cancellare. L'obbligo della riflessione riguarda ognuno. Così, tutti devono interrogarsi sul processo che nelle società opulente ha rimosso la morte sino a nasconderla, persino nel linguaggio. Una cancellazione della morte che inevitabilmente è accompagnata dal deprezzamento della vita, che ha molte, spaventose facce: dal suo dissipamento all'uso degli embrioni, dall'aborto all'eutanasia.

I progressi della scienza, soprattutto in ambito medico, impensabili solo qualche decennio fa, sono da salutare con ammirazione, ma pongono interrogativi nuovi e molto difficili sul piano morale e sociale, al punto che le questioni bioetiche sono divenute politiche. Per questo la riflessione e la prudenza sono quanto mai necessarie. Per questo la responsabilità di politici, legislatori e magistrati è sempre più grande.

Ora, dopo settimane di angosce e polemiche, è il momento di una riflessione che di nuovo possa riunire credenti e non credenti - come finora è avvenuto nella storia d'Italia - e questa volta sul significato della morte e della vita. Per salvaguardare la dignità di ogni essere umano in qualsiasi condizione si trovi.


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MessaggioInviato: Lun Feb 16, 2009 9:45 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Autopsia di Eluana: l’ha uccisa la lebbra


    Venne da lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato (Mc 1,40-42).


La Parola del Vangelo è sempre attuale, incarnata nella vita concreta come l’acqua e il lievito nella farina, amalgamati per diventare pane. Essa è reale nutrimento per la persona, poiché, se viene accolta, infonde lo Spirito stesso di Gesù, la forza e la gioia della Sua Presenza in ogni circostanza, sia che si tratti di fatti personali chiusi nel segreto, sia di quelli di rilevanza sociale.

Anche in questa VI Domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio illumina, interpreta e giudica la vicenda di Eluana, “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per tutti e per ognuno, il cui significato ancor meglio si comprende adesso che le è stata tolta la vita. E il significato è questo: negli imperscrutabili disegni di Dio, tutto è accaduto “perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

Come l’autopsia serve ad accertare le cause organiche della morte di una persona, così l’evento della morte di Eluana ne ha svelato la causa prima di ordine morale e spirituale: un’autopsia compiuta da lei su quelli che, materialmente per azione diretta, o moralmente per approvazione, le hanno tolto il sondino.

L’autopsia si fa con il bisturi, per scoprire la verità clinica.

Il bisturi della “Verità” è la Parola di Dio: “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

In questa VI Domenica il bisturi ha un nome: Eluana.

Il Vangelo racconta la guarigione di un lebbroso e viene preparato dalla prima lettura che parla dei criteri diagnostici di questa malattia secondo l’Antico Testamento, con una serie di norme che hanno soprattutto lo scopo di difendere la comunità dal contagio, isolando totalmente il malato: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto..., se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46).

La lebbra, assieme ad altre affezioni della pelle, era considerata impurità contagiosa per se stessa (come inchiostro che macchia), incompatibile con la partecipazione al culto nel tempio e in sinagoga, allo stesso modo in cui un telo sterile in sala operatoria non può essere toccato da mano scoperta, altrimenti è inutilizzabile e si getta via. “Tuttavia si trattava di una questione religiosa, non medica. Le malattie della pelle, in cui appariva un disfacimento, venivano associate al disfacimento del cadavere. La “lebbra” era percepita come una minaccia all’integrità fisica dell’uomo e tutto ciò che corrompe o è corrotto, non può essere considerato puro. “Puro” è ciò che appartiene alla sfera di Dio e del sacro, “impuro” è ciò che vi si oppone e rende inadatti alla comunione con la divinità. La lebbra escludeva dalla comunità ed era perciò considerata segno di un castigo divino su un gravissimo peccato del soggetto colpito. Nei casi di lebbra dichiarata, la situazione del malato diventava drammatica: attraverso il suo abbigliamento che è quello del lutto (capo scoperto e vesti stracciate), attraverso la segnalazione pubblica della sua impurità, il lebbroso testimoniava la sua tragedia di escluso dalla società e dal culto” (G. Ravasi, in Nuova guida alla Bibbia, p. 104-105).

Eluana si trovava in una comunità religiosa di sorelle che avevano stabilito con lei una relazione di amicizia profonda, fatta di rassicurante presenza, di intensa comunicazione mediante lo sguardo, il volto sorridente, la tenerezza della parola e della mano. Ella poteva sentire questi messaggi d’amore, poiché i suoi sensi, corporali e spirituali, come attraverso un “sondino” li facevano giungere nel sacrario segreto del suo spirito immortale, vivo e vigile anche nel coma del corpo. Strumenti tecnici o dati di laboratorio non potevano cogliere i segnali vitali dell’anima di Eluana, ma le suore che l’hanno circondata per tanti anni li avvertivano con certezza, grazie all’amore.

Come un bambino strappato dal seno di sua madre, improvvisamente Eluana è stata separata dall’amore della “sua” comunità religiosa e relegata in uno spaventoso isolamento, per essere sottoposta ad un protocollo di morte che certo lei non voleva: può forse un bambino desiderare di morire?

Sì, Eluana da 17 anni viveva come una bambina, in tutto dipendente, in tutto serena perché affidata alle mani di persone che le volevano bene per se stessa, come si ama un figlio.

Perché è stata portata via?

Perché Eluana è un caso di lebbra, non lei ovviamente, ma gli altri.

E’ una diagnosi uscita dalla bocca di Benedetto XVI, all’Angelus del 14/ottobre/2008, commentando il Vangelo domenicale che presentava Gesù che guarisce dieci lebbrosi: “In verità, la lebbra che realmente deturpa l’uomo e la società è il peccato; sono l’orgoglio e l’egoismo che generano nell’animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell’umanità, nessuno può guarirla se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte viene sanata interiormente dal male”.

Questa è la verità che scaturisce dall’autopsia operata dalla Parola di Dio su coloro che hanno causato direttamente la sua morte e su coloro che, potendolo fare, non l’hanno impedita..:”Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere” (Mt 25,42). Potranno essi rispondere: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato e non ti abbiamo servito?” (Mt 25,44). Mistero della coscienza che solo Dio può scrutare. Forse, oggi, risponderebbero: “ma se non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto per Te!”.

Proprio così: la coscienza di molti, divenuta sorda e insensibile al grido esistenziale di Eluana (è tipico dei malati di lebbra la perdita della sensibilità dolorifica periferica), ha ritenuto di farle del bene togliendole il bene fondamentale della vita. E a tal punto è giunto l’errore e l’autoinganno di coloro che si sono associati per assicurarle la morte, che si sono dati questo nome: “Per Eluana”.

“Per!”: come a convincere e a convincersi di un movente buono, favorevole alla sua vita. Si può stare davanti ad un corpo disfatto, coperto di piaghe da decubito e affermare che è perfettamente sano? Questa denominazione “Per Eluana” dice un ascesso, non un tessuto sano. Questo succede quando il cuore è diventato cieco, e non può vedere che “la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento” (Benedetto XVI, 11/2/2009, Discorso agli ammalati e agli operatori sanitari per la XVII Giornata mondiale del malato).

Non è solo insensato questo “per”, ma anche blasfemo, se solo facciamo memoria delle Parole di Gesù nell’ultima Cena, con le quali annuncia il dono della Sua vita per la nostra salvezza: “Questo è il mio corpo che è dato per voi;..questo è il mio sangue che è versato per voi” (Lc 22,19-20).

Coloro che hanno privato del vitale nutrimento il corpo di Eluana hanno mostrato uno stato di profonda denutrizione della propria coscienza, e il loro esempio rischia di comprometterne il retto giudizio anche in molti altri, come insegna Benedetto XVI: “Così la coscienza, che è un atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori” (Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, il 24/02/2007, in occasione del congresso su “La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita”).

Ma siamo certi che Eluana non è morta invano, e dal Cielo ha già iniziato la sua missione sulla terra: quella di far comprendere la preziosità assoluta di ogni vita umana.
    padre Angelo del Favero



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MessaggioInviato: Ven Feb 20, 2009 7:28 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Vi abbracciamo, sorelle care, in catene per i crocifissi della storia



Finalmente sono state liberate. Dopo centodue giorni di cattività Caterina Giraudo e Maria Teresa Olivero hanno potuto lasciare Mogadiscio dove erano tenute in ostaggio.

Dobbiamo ammetterlo con franchezza: il pur comprensibile e legittimo silenzio stampa, richiesto sia dalla Farnesina come dai loro parenti e amici, rischiava di sfociare in una sorta d’involontaria rassegnazione. Eravamo un po’ tutti ingrigiti nel troppo tempo esigito dall’odissea di queste due religiose, per le quali si temeva si stesse innescando una sorta di arrendevolezza insopportabile. Insomma, non ci si poteva affrancare facilmente dal pensiero che due donne del loro calibro, consacrate a Dio per la causa del Regno, potessero sperimentare il sacrificio estremo soltanto perché avevano osato fare la scelta di stare a fianco degli ultimi, di coloro che sono «crocifissi dalla storia» in una remota periferia africana. Lo dicevamo non per far durare il rancore nei confronti degli aguzzini che le avevano strappate con la forza il 9 novembre scorso dalla missione di El-Wak, ma per esprimere una lamentazione che invocava la misericordia, quella che in queste ore diventa davvero un inno alla vita.

In realtà, ci si può scrollare del passato fatto di dolori e privazioni, solo rileggendo il tempo della lunga prigionia alla luce della speranza cristiana che anima i credenti. Con la loro liberazione tutto, oggi, è un po’ più possibile rispetto ai mali che ci assillano e sarebbe davvero un guaio se le grandi agenzie del 'significato', poco importa se giornalistiche o letterarie, cui spetta di tenere viva la memoria, lasciassero cadere nel dimenticatoio quanto è accaduto a queste nostre due sorelle.

Anzitutto, perché il loro coraggio rende onore all’Italia e soprattutto alla nostra Chiesa che le ha generate affidando loro un esplicito mandato missionario. E dal momento che non è possibile zittire «la voce di chi non ha voce», in questa circostanza il pensiero 'cattolico', cioè 'universale' è rivolto al disastrato popolo somalo, venuto frammentariamente alla ribalta in occasione di questo sequestro. Un Paese dimenticato, in preda a barbarie d’ogni genere, dove oltre tre milioni di sfollati sopravvivono in condizioni subumane all’addiaccio e nella più squallida miseria. Secondo alcuni, di fronte a questo scenario infuocato, sarebbe in atto uno scontro che coinvolge l’identità complessiva della civiltà occidentale e quella islamica.

Eppure, il messaggio del martire Charles Foucauld, cui fedelmente si ispira la famiglia missionaria delle due missionarie liberate, è di tutt’altro tono. Esse hanno declinato, animate dallo spirito del fondatore, la loro vita 'per tutti' e 'contro nessuno', nella consapevolezza che il Bene, prima o poi, prende il sopravvento sui fanatismi e gli orrori del nostro tempo. In questo senso Caterina e Maria Teresa sono state delle fedeli interpreti di un’innocenza rivendicata solo e unicamente attraverso il dettato evangelico. Non possiamo pertanto fare a meno di ricordare, col cuore e con la mente, tutti quei missionari e missionarie che testimoniano l’amore di Cristo ad ogni latitudine del Pianeta. Essi sono tutti lì, in prima fila, disseminati lungo la frontiera dell’emarginazione e del disagio. D’altronde, è bene rammentarlo, la frontiera è il 'locus' per eccellenza della 'missione' e coincide con quelle linee di faglia dove queste sentinelle della carità sono chiamate a difendere i diritti di tanta umanità dolente.

Una cosa è certa: se a duemila anni dalla venuta del Cristo, avvengono ancora così tanti misfatti, dei quali la vicenda delle nostre due religiose rappresenta il paradigma, è segno che la voce della cristianità corre ancora per il deserto. Proprio come scriveva Giovanni Paolo II, nel prologo dell’enciclica Redemptoris Missio «La missione di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento».
    Giulio Albanese



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Feb 26, 2009 7:30 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Tempo di Quaresima: oltre ogni distruttiva voracità


La fase orale, in tutte le sue varianti simboliche, non è più il tratto elementare del nostro approccio al mondo. È un sogno a occhi aperti, un’icona dell’autorealizzazione, un orizzonte culturale vero e proprio. Quelli che lo sanno fare, avranno certamente calcolato anche questo. Il fatturato complessivo dei prodotti che sostengono gli standard della sovralimentazione occidentale, sommato a quello di tutti gli altri prodotti che provvedono alla cura degli effetti indesiderati dei primi, deve fare una bella cifra. Non so fare questo calcolo, ma mi pare evidente che la 'voracità' è ormai una categoria dello spirito, per noi, più ancora che un costume alimentare. Siamo o non siamo una 'civiltà' dei consumi? Una delle nostre idee-guida, ossia il progetto di 'non farsi mancare niente', nel breve giro di qualche decennio ha fatto passi da gigante.

Il primo fattore di umanizzazione che ci rimette è il linguaggio, una delle più belle qualità spirituali del nostro corpo. Le mamme esortavano, una volta: «Non si parla a bocca piena». Anche altre cose ci raccomandavano, in verità, sempre sullo stesso registro: «Non ci si butta sul piatto», «Non ci si serve per primi», eccetera. Piccole cose del galateo, all’apparenza. Grandi passi verso l’umanizzazione, in realtà, se si pensa che la modulazione del nostro rapporto col cibo, fin dai primi sorrisi, è il mediatore fondamentale della catena simbolica di tutte le altre relazioni affettive e sociali.

In ogni modo, con la bocca piena – e lo sguardo perso, e le mani sempre ad afferrare – non si parla. Si farfuglia, si emettono grugniti, ci si esprime a gesti, ci si spintona ammiccando. Non è questione di 'comunicare', come dice la parola più vacua e onnipotente della nostra dissimulata impotenza a 'pensare'. È proprio il fatto che noi ci mangiamo anche le parole: e la nostra anima si atrofizza, incapace di parlarsi e di parlare con la libertà necessaria a cercare il confronto e il conforto su tutto ciò che – in noi e negli altri – non si mangia e non si beve, non si compra e non si vende. Il secondo fattore di umanizzazione che entra immediatamente in zona di pericolo, quando siamo incapaci di rinunciare alla voracità, è l’insensibilità per tutto ciò che, fra gli umani, non ci porta cibo, saturazione, godimento, benessere servito e indisturbato. Il principio della distinzione della madre dalla tettarella, per cominciare. Diventiamo così fisiologicamente irriconoscenti, ingrati, utilitaristici. E lo diventiamo, nor­malmente, abitualmente, anaffettivamente. Gli esseri umani si trasformano in 'risorse'. E se non lo sono, un ingombro privo di senso. Milioni non hanno niente da mangiare (che vita è?). È spiacevole, certo. E anche noi a volte esageriamo, cosa che nuoce spesso alla salute e al fitness. Infine – ma qui non è il caso di dilungarsi: abbiamo orecchie per intendere, se vogliamo – perdiamo il dono più prezioso dell’umanizzazione (e di quella che chiamiamo, orgogliosamente, civiltà dei diritti e della solidarietà). Perdiamo la facoltà di distinguere il bene dal benessere, e il male dal malessere. E questo, più che un danno dell’umano, è il suo puro smarrimento. Il nichilismo fa le sue uova qui, e noi ce le beviamo.

Ricordando l’autentica benedizione del digiuno, che scava in profondità nell’anima obesa dall’insensibilità a ogni amore, Benedetto XVI cita nel suo messaggio per la Quaresima che inizia oggi una bella e audace esegesi del grande Basilio: «Il digiuno è stato ordinato in Paradiso». Riguardava l’albero del bene e del male, che non si mangia e non si beve, non si compera e non si vende. Eppure è lì, il paradiso. E si custodisce così, la creazione dell’uomo: quando scaviamo in noi stessi l’antidoto a ogni voracità distruttiva. E riconquistiamo leggerezza dell’anima per la benedizione di Dio, che ci insegna a non consumare la terra – e noi stessi – invano.
    Pierangelo Sequeri



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Mar 06, 2009 8:52 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    L'anomalia cristiana nel rapporto politica-religione


Le parole di Gesù «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) sono parole forti, decisive e profetiche. Tuttavia va riconosciuto che nella storia dei due millenni cristiani questa distinzione è stata raramente rispettata e realizzata. Oggi, pur con grande fatica e forti contraddizioni, sembra essere accettata, almeno come principio, dalla Chiesa e dalla società. Ma va anche detto che questa sentenza da sola non è sufficiente a dirimere la delicata questione della presenza e dell'azione del cristiano, come singolo e come comunità, nella società.

In verità, tutto il messaggio di Gesù resta profetico, soprattutto in merito alla relazione tra potere politico e religione o, meglio, annuncio del Vangelo. Gesù si colloca sì nella tradizione dei profeti dell'Antico Testamento - sovente dissidenti rispetto al potere del re e alla sua facile alleanza con il sacerdozio, il potere religioso - ma va oltre, rifiutandosi di iscrivere la sua azione nel registro della politica e risalendo invece all'«in principio» del messaggio profetico: la fedeltà alla volontà di Dio e alla sua parola e, quindi, la lotta contro gli idoli antichi e nuovi, idoli che da sempre non sono soltanto un falso teologico - un'immagine falsa di Dio - ma innanzitutto un falso antropologico, un'immagine distorta dell'uomo, una fonte di alienazione.

Scegliendo deliberatamente la via messianica come illustrata nel racconto delle tentazioni nel deserto, Gesù denuncia i miraggi della politica, così come più tardi rifiuterà esplicitamente la proposta delle folle a farlo re. Nella sua predicazione annuncia un regno che non è di questo mondo, che non si difende con le stesse armi, che non sopprime e non sostituisce i regni e i governi umani esistenti ma li relativizza, mettendo davanti a loro la possibilità di una comunità umana autentica che vuole avere come valori il servizio reciproco, l'amore fraterno, la condivisione dei beni, la riconciliazione, il persegui ' mento della giustizia e della pace con tutti.

Questa è la differenza cristiana che può essere riassunta dalle parole di Gesù: «Voi però, non così!» (Lc 22,26), cioè nel costruire la communitas humana comportatevi diversamente da come si agisce nel mondo, da come fanno tutti nell'esercizio del potere. Gesù non vuole che i suoi discepoli escano dal mondo e nemmeno che costituiscano una comunità che, stando nel mondo, si situi "contro", in una logica di concorrenzialità, di conflitto e contrapposizione, ma una comunità portatrice di un messaggio "altro", capace di inoculare diastasi di vita, di umanizzazione e di migliore convivenza, una comunità convinta che niente è più umano di ciò che è cristiano e che il cristianesimo o è umanizzazione o non è: senza questa attenzione radicale all'essere umano vi è il rischio di vanificare il mistero stesso dell'incarnazione e della redenzione.

Da questo discende una concezione cristiana della politica che - per usare le parole di Paul Valadier - è eversiva e può talvolta essere anormale, nel senso che si distacca da ciò che nella storia è secondo la norma, è vincente e più facilmente attestato. Nella storia, di fatto, religione e politica sono sovente andate di pari passo, l'una a sostegno dell'altra, in un legame che è stato di connivenza e anche di complicità: si pensi solo alla res publica romana, in cui la religione costringeva i cittadini alla devozione all'imperatore, o all'epoca costantiniana che dal IV secolo è giunta in forme diverse fino al XIX secolo, o ancora al potere temporale accordato ai Papi, al cesaropapismo prevalente nel mondo ortodosso, agli Stati confessionali nelle aree di diffusione della riforma protestante...

Ma la fede cristiana urta contro tale concezione perché pretende di avere principi irrinunciabili e non negoziabili nella vita personale del credente e in quella della comunità cristiana: il perdono e l'amore del nemico, il ripudio della guerra, la difesa degli ultimi, la dignità di ogni persona vivente, l'accoglienza degli stranieri...

L'anomalia cristiana appare dunque dove il Vangelo si oppone alla necessitas imposta da qualsiasi potere mondano. Certo, la relazione tra politica e fede cristiana non è mai risolta definitivamente, non è mai statica: ma questo è "lo spazio della profezia", ossia di una parola liberante e umile capace di essere solidale con i fratelli e le sorelle in umanità, a servizio della loro libertà e della loro umanizzazione.
    Enzo Bianchi



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Mar 13, 2009 10:43 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Da Beppino Englaro a Cesare Lia: un’onorificenza per chi è padre nel silenzio


Nello stesso giorno in cui il Comune di Firenze ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro, il signor Cesare Lia di Tricase, in Puglia, ha ricevuto una lettera dall’Inps. La raccomandata chiedeva, col consueto stile anonimo degli uffici pubblici, notizie urgenti sul reddito della figlia di Cesare, Emanuela Lia, 37 anni; altrimenti, si minacciava, le sarebbe stata sospesa la pensione di invalidità. Ma Emanuela Lia è dal 1993 in stato vegetativo dopo un incidente. Un’altra Eluana, solo che la sua famiglia non chiede che possa morire, ma da sedici anni combatte perché viva.

La contemporaneità dei due episodi la cittadinanza di Firenze sortita dal voto di una maggioranza risicata e con una spaccatura all’interno del Pd, e la distrattamente spietata lettera dell’Inps - fa pensare. Al padre che ha combattuto perché la figlia in stato vegetativo morisse, un’onorificenza. A quello che con la sua famiglia ogni giorno legge brani di libri a Emanuela, e non la lascia mai sola, l’intimazione di un ente burosaurico, viene da dire, tanto cieca e goffa appare quella raccomandata che pretende il reddito di una donna in coma da 16 anni.

Non è un caso, questa doppia misura. L’incensamento di Englaro, l’onorificenza, sono l’altra faccia della solitudine e spesso dell’abbandono in cui vengono lasciate in Italia migliaia di famiglie con un malato o handicappato grave in casa. Perché oggi chi vuole 'staccare spine' è funzionale a un certo atteggiamento, e allora va in tv; chi invece con coraggio, e spesso con eroismo, si tiene in casa quel figlio, quella madre, non fa notizia. E per di più è lasciato solo ad affrontare Inps, Asl, Comuni: che scrivono un sacco di raccomandate, tutti gli anni, come ignorando che una donna in stato vegetativo al girare dell’anno non cambia il proprio stato. E allora questa differenza di trattamento suona affronto, per citare un termine usato ieri dall’arcivescovo di Firenze, Betori. Affronto magari bislaccamente distratto, di certo ideologico, a tutti quelli che il loro caro se lo tengono, se lo curano, sacrificando vita e lavoro, semplicemente perché lo amano così, malato com’è.

Il signor Englaro ha detto di sua figlia in un’intervista: 'Ogni volta che la guardavo, avrei spaccato il mondo per la rabbia. (...) La mia creatura era vittima di violenza inaudita, anche se a toccarla erano le mani delle suore'. E ha condotto fino in fondo la sua battaglia, nel segno della ribellione al destino toccato a sua figlia, e a lui. Ha vinto, a suo modo, ed è diventato un alfiere della libertà - nel senso in cui si intende oggi questa parola. A Firenze l’hanno detto chiaro: Beppe Englaro, in sostanza, è un eroe, o almeno un modello.

E poi ci sono mille Cesare Lia. Le loro storie restano oscure. Che notizia c’è in una malata immobile nel suo letto e amorevolmente accudita? La notizia taciuta è l’infinita fatica e dedizione, e amore, che mille e mille italiani dedicano ai loro cari. Non riceveranno, dalle loro città, alcuna cittadinanza onoraria. Invece, tanta posta: richieste di certificati, grane, ingiunzioni - la macchina della burocrazia che si inceppa e si accanisce.

Con l’onoreficenza di Firenze Englaro è un modello, un maestro. E’, quella pergamena, cosa ben diversa dal mostrare solidarietà umana o pietà per la sua drammatica storia. Firenze materializza in una sorta di medaglia al valore il sentire di una parte del Paese: minoranza forse, però rumorosa. Gli altri, i Lia e quelli come lui, militi ignoti di una paziente oscura guerra, che continuino a combattere, perfino con l’Inps, senza riconoscimenti. Quella fatica, quel dolore che non diventa rabbia, non piacciono. L’ordine è: staccare la spina. E questo tempo si sceglie dunque i suoi eroi.
    Marina Corradi



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Mar 26, 2009 11:47 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan


La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.

Chi è Don Peppino? Sono io...

Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un'altra scelta.

Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo. Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l'innocenza è un'ipotesi lontana, l'ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell'esecuzione. Così distruggere l'immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.

Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi - a 15 anni dalla morte - significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, "è sempre complicato accettare l'eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia". Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo "fatevi coraggio" alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: "Per amore del mio popolo non tacerò". Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l'unica in grado di mettere in crisi l'autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.

"Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. - scriveva - La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l'imprenditore più temerario, traffici illeciti per l'acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti... ".

La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell'uccisione di quell'uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell'agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l'unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l'esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.

Scrisse: "La camorra chiama "famiglia" un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all'onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di "famiglia", strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per "famiglia" si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l'amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (...) Non permettere che la funzione di "padrino", nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l'onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale...".

Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell'emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. "Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai".
    Roberto Saviano, 18 marzo 2009


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MessaggioInviato: Gio Mar 26, 2009 11:56 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Bagnasco: vicini al Papa in modo incondizionato


Sempre, e «incondizionatamente», con il Papa. Di fronte agli attacchi e alle «strumentalizzazioni » di cui è bersaglio, alla «insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali», e anche alle «dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi». E poi la preoccupazione per i cedimenti etici di fronte alla difesa della vita, con l’appello forte per un «inequivoco dispositivo di legge» sul 'fine vita' che «preservi il Paese» dal ripetersi di un caso Englaro.

E, infine, «questa drammatica crisi» economica in cui la Chiesa vuole essere sempre «dalla parte delle persone reali, delle famiglie, dei lavoratori, degli indigenti, senza tuttavia tralasciare il quadro generale, ma essendo capace dentro a questo quadro di esprimere una preferenza ragionata, sulla quale sollecitare anche i pubblici poteri, in particolare quando sono a rischio i posti di lavoro». Preciso e circostanziato l’excursus sulla situazione ecclesiale e civile con cui il cardinale presidente Angelo Bagnasco, ieri pomeriggio a Roma, ha aperto i lavori della sessione primaverile del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. Una prolusione scandita sui temi ricordati in apertura, ma nella quale non sono mancati accenni ad altri eventi, come il recente Convegno delle Chiese del Sud, dal quale «è venuta una rafforzata consapevolezza su una serie di sfide», quali la disoccupazione, la criminalità organizzata, il 'senso di abbandono' rispetto al resto del Paese, «che vanno affrontate con le armi del Vangelo».

Riguardo alla «gravissima crisi economica» attuale, Bagnasco ha osservato come «l’impressione è che purtroppo non si sia ancora toccato il fondo, o quanto meno che non ci sia nessuno in grado di dire con certezza a che punto si è della perigliosa attraversata ». Citando gli interventi recenti di Benedetto XVI, il presidente della Cei ha tuttavia rilevato come oggi «oggi sembra di cogliere una maggiore consapevolezza circa le dimensioni reali di quel che ci attende e la necessità di fare della crisi l’occasione per riassorbire gli squilibri maggiori». Proprio per questo va allora «intensificata un’azione di supporto concreto e subito efficace verso i soggetti più deboli, e le famiglie che si trovano più scoperte », sottolineando in proposito «il fiorire in tantissime diocesi di iniziative di solidarietà concreta» e «l’istituzione di un fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà, che nascerà da una colletta comune da farsi nei modi che decideremo».

Durissimo, nel suo discorso, il giudizio sule «pesante lavorio di critica dall’Italia e soprattutto dall’estero » nel riguardi del Papa, lavorio «che di certo s’è prolungato oltre ogni buon senso». Facendo riferimento alle polemiche sulla remissione delle scomuniche per i quattro vescovi lefebvriani, che ha portato alla «ammirevole lettera» – fatto «autenticamente nuovo» – del Pontefice ai vescovi della Chiesa cattolica, e a quelle sull’uso del profilattico per combattere l’Aids, Bagnasco ha affermato con forza che «non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso», mettendo in evidenza «anche certe discutibili e ricorrenti prassi ecclesiali ». Tale «dinamica contestativa», secondo Bagnasco, «è una delle tracce che ci portano a identificare la cifra più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo », dove «si fronteggiano due culture riferibili all’uso della ragione»: quella cristiana, e quella per quale «l’uomo sarebbe solo un segmento di storia, sganciato da ogni fondamento ». Due visioni antropologiche, e due visioni della libertà: come dimostrato dal caso Englaro, il cui esito ha finito con lo smentire un lungo processo storico che ci aveva portato ad affermare l’indisponibilità di qualunque esistenza, non solo a fronte di soprusi o violenze, ma anche di con- danne penali quale la pena di morte». «Va intensificata un’azione di supporto concreto e subito efficace verso i soggetti più deboli e le famiglie che si trovano più scoperte. Le nostre comunità non hanno altra ambizione che curvarsi sui più bisognosi».
    Salvatore Mazza



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