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INNAMORATI DELLA MADONNA DEL SASSOLINO E DEL CUORE DI GESÚ: GOCCE DI LUCE.

 
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Cari amici, vi invitiamo a recitare il Santo Rosario, in formato mp3, con il nostro caro Giammarco qui www. innamoratidimaria.it
Vi comunichiamo che è online il sito ufficiale "Gocce di luce: Gesù parla ad un'animawww.goccediluce.org e che il libro è in ristampa.
Per le richieste di preghiere scrivete a Miriam info@innamoratidellamadonna.it: un caro saluto da tutto lo Staff e grazie della vostra visita.

VORREI FARE DI QUESTO MESSAGGIO UNA PREGHIERA UNIVERSALE clikka qui anche tu che in questo momento mi stai leggendo e in cuor tuo ha qualcosa da dire. GRAZIE

Benedizione agli amici del FORUM: Per intercessione del Cuore Immacolato di Maria vi benedica Dio Onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo Amen. Don Armando Maria
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Nuovo Topic   Topic chiuso    Indice del forum -> MIRIAM BOLFISSIMO
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Autore Messaggio
miriam bolfissimo



Registrato: 22/05/05 14:27
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MessaggioInviato: Lun Apr 06, 2009 2:11 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    Se in TV l’italica «furbizia» diventa metodo


Certo, non bisogna confondere le cause con gli effetti. Ma se una fiction come «I Cesaroni» da più di due anni fa sfracelli dal punto di vista dell’audience, vuol dire che sì, probabilmente molti italiani si rispecchiano nella popolana e popolare famiglia che agisce al quartiere romano della Garbatella. Molto più dubbia sarebbe, invece, l’ipotesi che le avventure grottesche ma anche drammatiche di Claudio Amendola e compagni siano ispirate a una volontà di insegnare, o quantomeno di ammaestrare. Non è così e non ci piove, per il semplice fatto che lo spettatore non è scemo e da sempre la fa pagare cara alle storie televisive che si ergono a maestrine del costume e del comportamento. Il «metodo Cesaroni» non mi piace. Una famiglia che 'metodicamente' affronta le avversità con l’animo di fregare il prossimo mi sembra un pessimo esempio anche se non vuole essere un riferimento. Questo si fa a casa Cesaroni, con tanta regolarità e perseveranza che, appunto, lo si definisce 'metodo' e lo s’insegna anche ai più piccini. Pesco a memoria dalle mille perle della serie: per 'metodo' i grandi di famiglia si procurano antiche anfore e le collocano negli scavi che un’immobiliare, legittimamente, sta compiendo nella piazzetta antistante il loro bar; così sperano che i lavori verranno bloccati. Per 'metodo' il titolare di un’officina passa le giornate al bar anziché a bottega. Con 'metodo' evade i pagamenti del mutuo rendendosi irreperibile.

Per 'metodo' vengono sabotati i palloni da calcio con cui il piccino di casa sosterrà il provino presso la Lazio, visto che papà e parenti tifano per la Roma. Per 'metodo' un gruppo di artisti viene letteralmente sequestrato in modo da mandare a monte uno spettacolo. Per 'metodo' un Cesaroni adotta una bambina volendo arrivare ai due milioni di euro della connessa eredità.

Per 'metodo' fratellastro e sorellastra (non consanguinei, perché di genitori diversi) s’innamorano e intrattengono una relazione segreta. Per 'metodo' lei, poi, aspetta un figlio da un altro uomo e tutto fa tranne che dirlo a casa. Ci sono anche cose belle, nelle storie dei Cesaroni. C’è l’affetto reciproco oltre qualsiasi dissidio, c’è altruismo. C’è il rispetto per la vita, per cui la giovane incinta nemmeno pensa a disfarsi del figlio. C’è spesso la redenzione anche interiore, dopo che la vita ha vanificato i piani metodici e maldestri della combriccola: sicché, per dirne una, il burbero Cesare Cesaroni s’innamora davvero dell’orfanella adottata.

Qualcuno mi accusa di lesa fiction: come se, vista la popolarità, sia impossibile criticare e fare rilievi. A me invece sembra che una sceneggiatura del genere non renda giustizia agli italiani, tanto meno nella misura in cui ne esalta l’antica arte di arrangiarsi. Espedienti e compromessi ci hanno portato in troppi vicoli ciechi. La furbizia a danno altrui ha arrecato troppi problemi sociali reali e concreti. Sarebbe bello che negli anni che verranno – anni di crisi, indubbiamente – gli italiani sapessero coniugare l’arte di arrangiarsi nella direzione solidale e generosa di cui, pure, sono stati maestri. Senza vizietti, senza furbetti. Da questo punto di vista è preoccupante, sì, che molti connazionali (tra cui non pochi giornalisti) apprezzino senza riserve l’umorismo tragicomico dei Cesaroni: e sarebbe bello che molti di più, davanti a una simile rappresentazione popolare, s’indignassero. In nome di 'metodi' profondamente diversi.
    Giuseppe Romano

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Lun Apr 06, 2009 2:17 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    Terremoto in Abruzzo, si muove la Caritas: ecco come contribuire


La Caritas Italiana sta coordinando gli sforzi della Caritas abruzzese e di sezioni Caritas all'estero per organizzare gli aiuti dopo il terremoto di stanotte in Abruzzo.

"In contatto con i direttori delle Caritas diocesane di Abruzzo e Molise e con i vescovi locali - informa una nota - la Caritas sta valutando "in questa prima fase le esigenze che emergono nelle comunità e nei luoghi provati dal sisma per poter attivare interventi adeguati".

Per sostenere gli interventi in corso (causale "Terremoto Abruzzo") si possono inviare offerte a:

    - Caritas Italiana, c/c postale n. 347013

    - oppure tramite Unicredit Banca di Roma Iban IT38 K03002 05206 000401120727


Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui:

    - Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma - Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012

    - Allianz Bank, via San Claudio 82, Roma - Iban: IT26 F035 8903 2003 0157 0306 097

    - Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113

    CartaSi e Diners, telefonando a Caritas Italiana tel. 066617701






Citazione:


    Dove rivolgersi per offrire aiuto, sangue o cibo


Appello dei Centri di servizio per il volontariato (Csv) di Pescara a tutti i volontari di Pescara e provincia, a contribuire nei limiti delle loro possibilità ad aiutare le popolazioni colpite dal terremoto. Le associazioni di volontariato o i singoli volontari interessati a mettersi a disposizione per l'emergenza terremoto che ha colpito l'Abruzzo possono contattare il Centro operativo della Protezione Civile presso la Prefettura di Pescara, telefonando allo 085 2057631.

Chiunque fosse invece interessato a donare sangue, può farlo recandosi o presso il Centro Trasfusionale dell'ospedale Santo Spirito di Pescara, via Fonte Romana n. 8 (ingresso pronto soccorso), o presso il centro raccolta sangue Avis Pescara, corso Vittorio Emanuele II n.10.

Chiunque voglia donare del cibo per le popolazioni colpite, infine, può portare i generi di prima necessità presso il Banco Alimentare dell'Abruzzo, in via Celestino V: il Banco Alimentare, mediante la sua rete di enti e associazioni convenzionati nell'Aquilano, ha già iniziato ad inviare i prodotti nelle zone colpite dal terremoto.


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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Apr 10, 2009 8:22 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    La Via Crucis stavolta va in scena nella nostra terra


La morte di Cristo fu reale, come lo è quella di uomini e donne d’Abruzzo. Come la loro fu insensata e brutale. E sentita ingiusta. La morte di Cristo e la morte degli uomini sono uguali. E il dolore per quella morte fu uguale al dolore per le morti che oggi ci stanno davanti agli occhi. Fu lo stesso dolore. Lo stesso pianto, il medesimo crampo nello stomaco. E lo stesso venir giù delle luci. Fu lo stesso serrare i pugni, e lo stesso buttarsi nell’abbraccio l’uno dell’altro. Come per metter quiete a qualcosa che fa rompere il petto. Come per tenere legate nell’abbraccio di un altro le ossa che stanno per rompersi per il grido del cuore.

Il dolore di Lui che moriva fu dello stesso tipo del dolore di molti che non ce l’hanno fatta sotto le macerie. Il soffocamento fu lo stesso. E anche la dispera­zione di Cristo fu la stessa di quella che hanno provato in tanti, in troppi in Abruzzo. La croce non fu una scena teatrale. Come non è teatro, non è set televi­sivo, nonostante a tratti l’invadenza dei media, quello che vediamo in Abruzzo. La morte di Cristo non fu un bello spettacolo, come non lo è per niente la morte di tanti in queste ore. Abbiamo la croce davanti, in questa settimana, e la croce addosso a così tante famiglie. Ed è lo stesso peso, la stessa offesa e la stessa sofferenza, la stessa condanna, sulle spalle di Gesù e sulle spalle oggi di tanti.

La Via Crucis si svolge sotto i nostri occhi. E come accade solitamente nel presepe, dove si aggiungono figure e figurine tratte dalla vita quotidiana e dalla cronaca, ora ci accade di farlo per la Via Crucis. E per la settimana intera di Pasqua. Di dover aggiungere mille figure di dolore e di speranza. Di vedere tante figure, tanti personaggi reali per la Via Crucis e per i preparativi della notte del Sabato. Di vedere i volti di Cristo, i volti della Madre dolorosa, quelli degli amici sgomenti. E pure i volti, i tanti volti del Cireneo, che aiuta a portare la croce. Perché quella di Cristo è come la nostra morte. Ed è per la nostra. Abbiamo per così dire, purtroppo, la Via Crucis sottomano. Va in scena nella nostra terra. Vicina, con il suo carico di dolore. E con i segni del bene. Perché il Cireneo, e la docilità con cui Gesù va al supplizio sono segni, per quanto apparentemente meno visibili di tutto l’orrore e la pena, del bene che non cessa di presentarsi. Della Resurrezione che non smette di annunciarsi.

Si fa fatica a tenere gli occhi su questi segni. Sembrano piccoli, nella immensa via Crucis di queste ore italiane. Piccoli ma evidenti. Trovarsi insieme, come avverrà nei prossimi giorni, per i riti e le celebrazioni di Pasqua, servirà proprio per aiutarsi a vedere bene. Per vedere insieme la via Crucis. E anche il senso della via Crucis. Per vedere il volto di Cristo che soffre e per rivolgere gli occhi dove stava guardando Lui mentre era nel supplizio. E occorrerà guardare bene, da soli e nella comunità, per vedere il sabato. E per attendere la Domenica. Che sembra ostruita dai sassi. E dal sapore della sabbia tra i denti. Oc­correrà aiutarsi a guardare la Via Crucis tra noi. A guardare davvero. A non distogliere gli occhi. Cercando Gesù dov’è. Perché è dove si patisce la morte, questa morte sua, uguale di Figlio di uomo alla morte di tutti i figli di uomini, specie degli innocenti; sì, Lui è nella Via Crucis d’Abruzzo, dove si patisce forte, ma è lì tra le tende, le bare, le case non più case, le coperte e le sue chiese aperte come grida al cielo, per la certezza di conoscere la vita che non finisce mai.
    Davide Rondoni



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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Apr 17, 2009 9:22 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    Il parere di uno sconosciuto di nome Gesù

Che ci faceva seduto per terra a tracciare lettere ebraiche sulla polvere di Gerusalemme? Si trovava sul percorso che dal tribunale andava verso il luogo dell’esecuzione. Per le lapidazioni si usava una fossa larga in cui stava la persona condannata. Dal bordo superiore la folla in cerchio scagliava pietre in basso. Un corteo passava portando una donna condannata per adulterio.

Uno sconosciuto, un galileo, sta accovacciato in terra, scrive sulla polvere. Il corteo si ferma presso di lui, per chiedergli un parere.

Strana legge quella che a sentenza di morte emessa e in via di esecuzione, chiede a un passante un ultimo parere. Un’ultima parola poteva avere grado di giudizio, ribadire, sospendere, annullare una sentenza. Da noi si litiga per la poca certezza della pena: lì e allora la più grave sentenza di un’aula di tribunale si poteva annullare per strada. Quella legge prevedeva la condanna a morte ma sperava fino all’ultimo di non doverla applicare. Lo sconosciuto traccia lettere in terra, accovacciato e solo. Interrogato s’interrompe senza mettersi in piedi. Sta nella condizione opposta al tribunale, dove i giudici siedono più in alto. Sta invece tra i piedi del corteo, ultimo intralcio. Gli chiedono un commento alla condanna. Lui lo ha già dato: col gesto di scrivere sulla sabbia. Non perché abbia tracciato una sentenza, ma per la sola azione di scrittura. Proprio così: nelle tante proibizioni che riguardano il giorno settimo, sabato per gli ebrei, c’era anche il divieto di scrivere. Aveva eccezioni, una di queste permetteva di scrivere sulla polvere.

Lo sconosciuto accovacciato in terra sta facendo una mossa lecita di sabato. Ma quel giorno non è sabato: non ci poteva essere tribunale in quel giorno né si poteva eseguire una condanna a morte. Allora che significato ha un uomo che applica una regola del sabato in un giorno feriale? Significa che quella è già la sua risposta, prima ancora che gli venga chiesto un parere. Sta dimostrando che quando si tratta di una condanna a morte è sempre giorno di sabato. La sua prima risposta, col gesto di scrivere sulla polvere è: sospendete l’esecuzione. Uccidere la condannata è profanare il giorno settimo. Senza questa notizia non si capisce perché lo sconosciuto si è accovacciato per terra a scrivere sulla polvere. Lo fa in quest’occasione e in nessun’altra. Non applica leggi, inventa un’interpretazione, inaugura l’eccezione. Dimostra che la legge è fatta per l’uomo, per adeguarsi alla singola figura umana, alla specifica circostanza. Non è l’uomo fatto per la legge, ma il contrario. Lo sconosciuto non fa l’avvocato difensore dell’adultera, non accampa attenuanti, invece libera la legge dalla sua applicazione automatica, meccanica, impersonale. Con la sua mossa manifesta l’irruzione del sabato in un giorno feriale e così sospende la condanna. Gli chiedono ugualmente di pronunciarsi e allora emette il suo verdetto: chi è senza errore tirerà la prima pietra. Errore, non peccato, Giovanni che scrive in greco questa vicenda ebraica ,usa anamàrtetos, un termine legale, non morale. Chi è senza errore ha diritto di dare avvio all’esecuzione. Chiede alla folla di interrogarsi su se stessa e giudicarsi. Chi si troverà illeso dall’errore, dal torto? La folla si disperde. Nessuno se la sente di dichiararsi integro. Qualcuno di sicuro potrebbe in coscienza dirsi senza errore, ma non commetterebbe l’atto di presunzione di dichiararsi giusto davanti alla sua comunità.

Nessuno che sia davvero integro si azzarderà a tirare quella prima pietra. Lo sconosciuto così assolve non la donna ma la comunità dal gesto di profanare col sangue il sabato piombato all’improvviso in mezzo a loro e al giorno feriale. La folla si disperde con sollievo, grata per l’irruzione della grazia sul braccio già teso della legge. La grazia non danneggia ma rinforza la legge, la salva dall’irrigidimento di farsi marionetta. Legge è opera umana, ossa e nervi, non viti e bulloni, non robot. La grazia è il suo soffio vitale, libertà celeste. La folla si disperde grata, perché toccata dalla grazia. Era così quella legge, era così quel tempo, era così Gerusalemme, un posto in cui la morte poteva essere spazzata via da uno sconosciuto di passaggio che inventava al momento la più bella variante in nome della vita.
    Erri de Luca

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Apr 17, 2009 4:03 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:




    Colletta nazionale il 19 aprile 2009 per le popolazioni dell'Abruzzo


Domenica 19 aprile si terrà in tutte le chiese d’Italia la colletta straordinaria indetta dalla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana a sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo. Le offerte raccolte dovranno essere integralmente inviate con sollecitudine a

        Caritas Italiana, Via Aurelia 796 - 00165 Roma,

        utilizzando il conto corrente postale n. 347013


o mediante bonifico bancario su Unicredit Banca di Roma SpA, IBAN IT38 K030 0205 2060 0040 1120 727, specificando nella causale "colletta terremoto Abruzzo".

Per altre offerte, è anche possibile utilizzare i seguenti canali:

        Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma - IBAN IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012

        Allianz Bank, via San Claudio 82, Roma - IBAN IT26 F035 8903 2003 0157 0306 097

        Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma - IBAN IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113

        CartaSi e Diners, telefonando a Caritas Italiana tel. 06.66177001, in orario d’ufficio





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Rosyna



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MessaggioInviato: Sab Apr 18, 2009 4:18 pm    Oggetto: Rispondi citando



MI PERDO D'AMORE IN QUESTI MERAVIGLIOSI MESSAGGI
CHE DIO BENEDICA TUTTI QUELLI CHE LI TRASMETTONO CON IMMENSO AMORE
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ROSY
------------------------
Ti prego:
non togliermi i pericoli,ma aiutami ad affrontarli.
Non calmar le mie pene,ma aiutami a superarle.
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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Apr 24, 2009 5:52 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

Citazione:


    Non la Legge ma il Vangelo è ciò che ci rende cristiani

Il maggior numero dei matrimoni celebrati nella mia parrocchia viene da convivenze. Ormai mi sono abituato a scrivere con disinvoltura lo stesso indirizzo di lui e di lei e a preparare sempre un solo modulo per le pubblicazioni. Quando la situazione è più clamorosa, più scoperta e "ufficiale", e magari sono già stato varie volte a casa loro per le benedizioni pasquali, e abbiamo anche fatto due chiacchiere insieme, li faccio un po' arrabbiare, con affetto. Dico di no alla loro richiesta: «Andate già bene così... Il matrimonio cattolico è complicato e pieno di regole... Ma che cosa v'importa...».

Arrivano allora delle risposte interessanti. In genere, due. O «perché abbiamo capito che ci vogliamo bene ma siamo molto fragili. Ci siamo anche piantati, e siamo ritornati insieme proprio per un miracolo...». Oppure «perché vogliamo un bambino, e vogliamo per lui una cosa più forte, più stabile, più accogliente». Non c'è Gesù di mezzo, questo è vero. Ma c'è una buona porta aperta. Si può cominciare a parlare. Cose vecchie, del tutto consegnate al ricordo di una «nonna molto religiosa», ritornano fuori, stranamente belle, come nuove.

Con dolcezza e con delicatezza: una riscoperta del Vangelo! Una scoperta venuta come per caso. Come per quell'uomo che lavorava nel campo. Poi, però, diventa qualcosa di più profondo. Non un tesoro trovato per caso, ma anche una perla a lungo ricercata. Per strade non vere, forse. Troppo da soli dentro ai costumi di moda. Però adesso sembra di capire che il desiderio di trovare una gemma preziosa per la quale vendere tutto, in fondo, li ha sempre accompagnati. È stata la pazienza amorevole di Dio per loro. Il suo aspettarli. E adesso, luminosa, la visita del Vangelo alla loro casa di conviventi e alla loro vita che sembrava già così definita. Come se tutto ora dovesse ricominciare.

Sono commosso per la potenza del Vangelo. La legge, anche quella Santa, non è capace di andare in cerca dei dispersi figli di Dio. Il Vangelo è capace di sedersi accanto a ogni persona, a ogni vicenda, a ogni ferita, a ogni peccatore. E di proporre un viaggio nuovo. Con il Vangelo non c'è più la dura alternativa del «o sei dentro, o sei fuori». Con il Vangelo siamo tutti per strada. Nessuno più schiavo del suo Egitto di male e di morte e nessuno già arrivato alla Terra Promessa, alla riva del Risorto, alla pienezza della Verità. Tutti nel deserto, in cammino. Chi ha fatto molta strada, chi pochi passi. E sempre si parte dalla potenza liberante del Vangelo. Che non condanna. E salva. C'è il rischio di una "devianza", credo del tutto incolpevole, in moltissimi. Ed è il pericolo di pensare che noi cristiani siamo al mondo per ribadire la legge. Invece ci siamo per celebrare nella nostra umile vita il Mistero di Colui che è venuto «non a giudicare, ma a salvare».
    don Giovanni Nicolini

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Mer Apr 29, 2009 1:17 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La chiave della Croce

L'entrare e l'uscire sono i due movimenti che scandiscono il pellegrinaggio dell'uomo sulla terra. Forse l'amaro ricordo di una cacciata dal paradiso terrestre è iscritto nel DNA di ciascuno di noi, ci scorre nel sangue assieme ai globuli rossi. E con passione mai sopita - sia che ce ne accorgiamo sia inconsapevolmente - ci sospinge sempre e ovunque verso quella casa: il cuore di Dio. Ma prima di giungervi, la valle di lacrime ci fa sperimentare una molteplicità di case di cuori di braccia che s'aprono e chiudono, in sequenze chiaroscurali che attivano in noi ora la gioia ora la disperazione. La gioia che si allaccia a quel primo Sì di Dio, quando ci ha creato impastandoci d'amore; la disperazione che rinnova l'angoscia di quella cacciata.

La vita dell'uomo è una continua lotta tra aperture anelate e chiusure ricevute, ma anche tra accoglienze donate e rifiuti sbattuti in faccia agli altri. Siamo lottatori inesausti nell'aprire porte che temiamo chiudersi dinanzi alla nostra vita e nell'impietoso serrarle alla speranza di altri.

Quando Giovanni Paolo II iniziò il suo servizio alla chiesa intera, cominciò a brandire il pastorale - un lungo bastone di metallo culminante con la croce - come una chiave per aprire. Era ben consapevole che la croce è la più potente delle chiavi. Nessuna chiusura, nemmeno i più sofisticati mezzi di sicurezza, potevano resistere alla forza della croce. Non è forse sulla croce che si è combattuta la più ardua battaglia di tutti i tempi? Il Signore della vita, che ha vinto sulla morte, su ogni tipo di morte fisica e spirituale, ha consegnato nelle mani dell'ex operaio polacco -poi suo Vicario - proprio questa croce di vittoria. E il Papa, ovunque e a tutti, ha sempre mostrato questa chiave capace di ogni apertura.

"Aprite le porte a Cristo" è stato il suo primo e fondamentale messaggio: lo ha detto in piazza san Pietro, lo ha ripetuto in migliaia di piazze di molti Paesi, lo ha fatto pervenire in milioni di case attraverso i mass-media. La forza della sua convinzione si è sposata alla forza intrinseca della croce: chiave per aprire porte serrate, forza per abbattere muri, capace di ribaltare sistemi politici opprimenti e lesivi della dignità umana. Con questa croce-chiave, ha portato il Crocifisso e il Risorto là dove era impensabile che il piede del Servo dei servi di Dio potesse mai entrare: chiese di altre confessioni cristiane, sinagoghe, moschee, luoghi ancor freschi di trincee e di tirannie. Con questa croce - splendore di verità - ha attirato più di una volta centinaia di capi delle religioni di tutto il mondo per pregare insieme il dono della pace.

A questa croce ha affidato la sua vita e il suo lavoro. Ad essa si è conformato, divenendo di giorno in giorno sempre più simile al Crocifisso: inchiodato su una sedia a rotelle, senza più poter parlare, ha gridato con la testimonianza della sua vita che la croce del Cristo è l'unica chiave per poter aprire. Per trovare al di là della dura porta della sofferenza la luce di significati profondi, di radici che si annodano al sacrificio cruento del Salvatore, per stare in compagnia del Redentore. Proprio alla fine della sua vita, questo atleta di Dio, divenuto immobile e muto, ha sperimentato in sé ciò che ha predicato per tutta la vita: la croce fa raggiungere quella casa verso la quale respira la nostra quotidiana nostalgia. Apre quella porta che non si chiuderà mai più.
    fra Massimo Tedoldi

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MessaggioInviato: Gio Mag 07, 2009 2:55 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Un'eco di speranza

Nel territorio cinese di Wenchuan, dove l'anno scorso infierì il terremoto, c'è una cappella allestita in una tenda. Qui i fedeli pregano e recitano il rosario per le vittime abruzzesi del sisma di Pasqua. Il presidente della Caritas cinese, monsignor Pietro Feng Xinmao, scrive: «Ci sentiamo uniti nella sofferenza e nel dolore. Non possiamo mai dimenticare le preghiere e gli aiuti che gli amici italiani ci hanno donato quando noi ci siamo trovati in difficoltà: un proverbio cinese dice che una goccia di bontà si deve ricambiare con una fontana inesauribile».

L'Aquila, la città voluta dal genio di Federico II, porta nel suo nobile patrimonio d'arte «novantanove chiese, novantanove piazze e novantano-ve fontane»; più la bellissima fontana di Tancredi da Pentina, costruita nel 1272 con le sue novantanove cannelle. L'Aquila era un sogno d'arte e di cultura e deve ancora portarci a sognare: è il nostro debito con il futuro e con le generazioni che verranno. Lo sanno bene gli aquilani che, indomiti e coraggiosi, con la dignità che li distingue si sono tirati su le maniche e hanno cominciato a progettare la ricostruzione. Hanno solo chiesto che le imprese che non sanno stare alle regole, quelle che usano sabbia di mare e risparmiano sul cemento armato, non si presentino più alle gare per gli appalti. Lottare e vincere, convivere con il dolore, è nel dna degli aquilani. Hanno ricostruito la loro città più volte nella storia, dai guasti degli eserciti di Manfredi, Fortebraccio da Montone e Filiberto d'Orange. La loro tenacia ha vinto sul terremoto del 1337 e L'Aquila è sorta più bella di prima dopo che il sisma del 1703 l'aveva rasa al suolo.

Venerdì Santo del 2009 tutta l'Italia si è stretta commossa, in silenzio in quella «piazza delle trecento corone» dove si allineavano in una geometria sconvolgente più di duecento bare. Struggente il cordoglio per le piccole bare bianche strette alle bare più scure dei loro genitori in un ultimo abbraccio, «Ci inchiniamo dinanzi all'enigma indecifrabile della morte», aveva esordito nella sua omelia il cardinale Tarcisio Bertone venuto a L'Aquila per celebrare le esequie e portare conforto ai parenti delle vittime. A Roma in serata, Benedetto XVI intrecciava alla Via Crucis liturgica la realtà tragica di questa Via Crucis aquilana e dei cinquanta comuni abruzzesi violentati dal sisma.

Tra i Vangeli di Pasqua, quello di Matteo è l'unico che parla di gran terremoto, di rocce che si spezzano, di pietre che rotolano: «Ed ecco vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28,2). Lo videro le donne in tutto il suo fulgore ed egli disse loro: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il Crocifisso. Non è qui. È risorto» (Mt 28,5-6). Quando la domenica di Pasqua lo sciame sismico sembrò diminuire e i morti accertati erano saliti a 294, dalle macerie è stata tratta una campana, Sollevata su un traliccio improvvisato di tubi e spranghe di ferro, ha ripreso a suonare. A quel suono abbiamo, come un'eco, appeso le nostre speranze.
    Antono Tarzia

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MessaggioInviato: Gio Mag 14, 2009 2:25 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    I muri non durano per sempre

«Il Papa è con voi. Oggi sono qui in persona, ma ogni giorno accompagno spiritualmente ciascuno di voi nei miei pensieri e nelle mie preghiere». Così Benedetto XVI si rivolge ai piccoli ospiti del Baby Hospital, il centro per l’infanzia di Betlemme sostenuto dalle Conferenze episcopali tedesca e svizzera, e le parole del pellegrino vestito di bianco, che si commuove accarezzando un bimbo nato prematuro, possono valere per un’intera giornata tramata di uno speciale affetto per «i più vulnerabili».

Ma l’affetto, anzi, l’amore del Papa non è fazioso, anche ieri ha fatto chiaramente capire che per lui non ci sono figli e figliastri, e che, in altre parole, questo suo è un pellegrinaggio di pace che tiene ugualmente presenti le legittime aspirazioni dei popoli israeliano e palestinese, per i quali la Santa Sede propugna la nascita di due Stati indipendenti, sovrani, con confini internazionalmente riconosciuti.

Il Papa ieri non si è dunque scostato da questa linea, ma illuminando idealmente l’intera giornata con la luce di quel «faro di speranza» (il Baby Hospital) «circa la possibilità che l’amore ha di prevalere sull’odio », ha tenuto specialmente, e diremmo teneramente nella Piazza della Mangiatoia a ricordare la storia dolorosa dei palestinesi. «Il mio cuore – esordisce – si volge in maniera speciale ai pellegrini provenienti dalla martoriata Gaza (...) vi chiedo di portare alle vostre famiglie il mio caloroso abbraccio (...) siate sicuri della mia solidarietà nell’immensa opera di ricostruzione che vi sta davanti e delle mie preghiere che l’embargo sia presto tolto». Ma dopo tante sofferenze, «al di sopra di tutto – aggiunge il Papa – siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo risorto (...) La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante di una nuova infrastruttura 'spirituale'». Con tono appassionato, il Papa aggiunge: «siate un ponte di dialogo e di collaborazione nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressio­ne e della frustrazione». Ma, per duro e doloroso che sia il momento, la fiducia del Papa nell’uomo non vacilla. «Voi – dice – avete le risorse umane per edificare la cultura della pace», e insomma, conclude echeggiando le parole dell’angelo ai pastori di Betlemme, e quelle memorabili di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura».

L’esortazione che ha concluso l’omelia in piazza accompagna un ragionamento che si rivolge al mondo politico. Per esempio, durante la cerimonia mattutina di benvenuto a Betlemme, Benedetto XVI si era fatto nuovamente supplice, come il giorno del suo arrivo in Israele. «Supplico tutte le parti coinvolte in questo conflitto – aveva detto– ad accantonare qualsiasi rancore e contrasto che ancora si frapponga sulla via della riconciliazione (...) Una coesistenza giusta e pacifica (...) può essere realizzata solamente con uno spirito di cooperazione e mutuo rispetto», tra l’altro puntando ad alleggerire «i gravi problemi riguardanti la sicurezza», «così da permettere una maggiore libertà di movimento, con speciale riguardo per i contatti tra familiari e per l’accesso ai luoghi santi». I palestinesi, e il Papa lo sa e lo dice, sono le vittime maggiori della situazione attuale, ma questo non li assolve di tutto. «Non permettete – dice loro Benedetto XVI – che le perdite di vite e le distruzioni (...) suscitino amarezze e risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo».

A sera, concludendo la «memorabile giornata, il Papa posa pensoso lo sguardo sul muro che separa i due popoli, sui profughi del campo di Aida. È colpito profondamente, al presidente palestinese Mahmud Abbas dice: «Con angoscia ho visto la situazione dei rifugiati, ho visto il muro che si introduce nei vostri territori, separando i vicini e dividendo le famiglie», e la sua memoria corre al muro di Berlino. Sospira, il Papa tedesco, ma subito lancia parole che sono riassunto e sigillo di un giorno, e non soltanto di un giorno: «I muri non durano per sempre».
    Elio Maraone

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Mag 21, 2009 1:55 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Il "ritorno" dei poveri, un'occasione di conversione


«I poveri li avete sempre con voi. Non sempre avete me». Con queste parole il grande Povero, Gesù di Nazaret, quel Dio che «da ricco che era si è fatto povero per noi», difendeva il gesto sconsiderato di Maria durante la cena in suo onore a Betania, in casa dei tre fratelli. La ragazza aveva sciupato ai piedi del Signore più di trecento denari di un profumo costosissimo. E Giuda aveva protestato in nome dei poveri. Non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro...

Solo pochi anni fa, nel pezzo di mondo in cui viviamo, qualcuno cominciava a pensare che forse qui da noi di poveri non ce n'erano più. Sbagliava. C'erano, e come. Poi sono diventati più visibili. Sempre di più. Ci siamo sentiti "invasi" dai poveri. Ne abbiamo persino avuto paura. Da poche settimane tutto è esploso e si è dilatato in modo impressionante. Tutti poveri? No, certo, ma in ogni modo un dramma improvvisamente generalizzato. Almeno nella psiche.

Visito le case della mia parrocchia, perché da noi si benedicono le case a Quaresima. E spesso son venuto a sapere che si è perso il posto di lavoro. Un'ombra e una ferita che ci trovano impreparati. Grande turbamento, dunque. Non solo quello che diceva Gesù - «i poveri li avrete sempre tra voi» - ma addirittura esposti tutti, o quasi, a una inaspettata povertà. Solo male, tutto questo? Certo, è necessario essere evangelicamente prudenti, perché molti sono prostrati. Eppure, anche qui, anche dietro a questa parola, è nascosto un tesoro. Proprio a partire da Colui che da ricco si è fatto povero per noi, ecco la prima beatitudine evangelica, forse la madre di tutte le beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cicli». Una Beatitudine? Sì, è così! Siamo al cuore della fede. Siamo là dove un Cristo Samaritano si è fermato e ha avuto compassione della nostra drammatica povertà. Dunque, forse, tutti poveri! Poveri, e salvati.

Ricordate la sera della Cena? Lui ci ha lavato i piedi e poi ci ha chiesto di lavarci i piedi gli uni gli altri. Forse possiamo reimparare che ogni persona è povera. E ha bisogno di un Altro. E per ciò che da quest'Altro riceve, può sentirsi dire da Gesù: «Va', e anche tu fa' lo stesso». Ognuno che si volga indietro e rifletta sull'avventura della sua vita, può riscoprire le legioni di Angeli che si sono chinati sulla sua povertà: chi l'ha allattato e chi gli ha insegnato a leggere e a scrivere; chi l'ha curato e l'ha rimproverato; chi l'ha consolato e rallegrato; chi l'ha baciato. Una povertà riscattata. Una povertà che diventa fecondo grembo di bene, dove il senso della vita diventa questo farsi poveri fino al dono di sé: «Amatevi gli uni gli altri». Forse potremmo approfittare di una sofferta parabola del mondo - la crisi mondiale, appunto - per farne occasione di una cena nuova, dove s'impara a spezzare insieme il pane, con letizia.
    don Giovanni Nicolini

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Gio Mag 28, 2009 7:49 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Anche se nella sofferenza, questi sono giorni di speranza


Questi ultimi tempi sono contrassegnati per i cattolici di molti Paesi occidentali da un disagio e da una sofferenza legati a eventi e dichiarazioni che hanno suscitato reazioni forti ed emozioni intense sia all'interno che all'esterno della Chiesa: hanno sofferto semplici cattolici e cristiani, hanno sofferto i vescovi, ha sofferto anche il Papa. Sono questi giorni cattivi? Ma anche i giorni dell'esilio e della schiavitù a Babilonia diventarono giorni di purificazione e di nuova creazione, fino a sfociare in un «nuovo esodo» con canti di gioia. Anche attraverso vie strette, deserti ed esilii, Dio ci fa sempre capire qualcosa di più. Non temiamo, dunque, ma come sta scritto: «Sentinella, a che punto è la notte? Verrà il mattino ma è ancora notte: domandate, convenitevi, venite!» (Is 21,1 I -12).

In quest'ottica una costatazione mi pare emergere dalle recenti vicende ecclesiali: questi non sono giorni cattivi per la Chiesa, ma giorni di speranza. La Chiesa, infatti, ha un unico criterio per giudicare se la stagione che vive è o meno un «tempo di grazia»: la scarsezza o l'abbondanza della parola di Dio. Come leggiamo nella Scrittura, i giorni in cui il ragazzo Samuele «continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli» erano tempi cattivi perché «la parola del Signore era rara in quei giorni» (I Sam 3,1).

Oggi invece viviamo in una stagione in cui la Parola di Dio risuona con forza e in abbondanza nella Chiesa e, attraverso di essa, nel mondo. Innanzitutto perché il Concilio Vaticano II ha voluto ricollocarla al centro della vita della Chiesa: nella Costituzione dogmatica Dei Verbum troviamo pressanti indicazioni per la venerazione verso le Divine Scritture, per accurate traduzioni nelle varie lingue, perché lo studio della Bibbia sia anima della teologia e nutrimento del ministero della Parola, perché tutti i fedeli si accostino con lo studio, la preghiera e la liturgia ai testi sacri (cf. DV 21-25). «Così», concludono i padri conciliari, «è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall'accresciuta venerazione della Parola di Dio, che "permane in eterno"» (DV 26).

Con fatica e perseveranza, molti di questi auspici sono diventati progressivamente realtà nei decenni del postconcilio, autentiche pietre miliari di un cammino ormai irreversibile che ha dato frutti copiosi e che continua a offrirne. Perciò non dobbiamo essere sorpresi da difficoltà e contraddizioni nell'attuazione del Concilio: più un Concilio sarà fedele interprete dell'Evangelo, infatti, più andrà incontro a opposizioni, contraddizioni e perfino tentativi di svuotamento. Non può essere diversamente perché ogni volta che nella storia appare con maggior chiarezza il segno della croce di Cristo, le forze avverse che vogliono divisioni nella Chiesa si scatenano. È stato così nei confronti di Gesù, è stato, è e sarà così di fronte alla Chiesa ogniqualvolta questa è più fedele al suo Signore.

Ora, la Parola del Signore oggi è abbondante, come in tante altre stagioni della Chiesa, anche e forse soprattutto perché cristiani di ogni lingua e popolo sono diventati con la loro testimonianza fedele «lettere viventi» rivolte da Dio agli uomini e donne del nostro tempo: è il loro pensare, pregare e agire quotidiano che diventa narrazione dell'amore di Dio nella storia; è dal modo in cui si amano gli uni gli altri che il mondo può riconoscerli come discepoli di Gesù di Nazaret, venuto per annunciare la buona notizia della vittoria della vita sulla morte; è dal loro stile di «miti e umili di cuore» che sgorga con chiarezza cristallina il messaggio evangelico dell'amore più forte dell'odio.

Sì, anche quando la cattiva comunicazione rischia di offuscare la buona novella, quando il clamore di casi singoli che si abbattono come alberi enormi copre il rumore della foresta di gesti quotidiani che non cessa di crescere, è importante riaffermare con forza che «la Parola di Dio corre» e si fa strada nel cuore degli uomini. «La Chiesa», come affermava Paolo VI, «non sente estraneo il mondo, neanche se il mondo sente estranea la Chiesa»: i cristiani sono quindi chiamati a non nutrire ostilità nemmeno verso quanti la mostrano nei loro confronti. E nel compaginare in unità questa loro testimonianza si esplicita il ministero del vescovo di Roma, la cui priorità è, secondo le parole stesse di Benedetto XVI nella sua lettera ai vescovi, proprio quella «di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio» senza temere di andare anche contro corrente.

Dal difficile momento presente può venire per la Chiesa e per il mondo la grande grazia della «riconciliazione», quella profonda armonia che troviamo annunciata negli scritti di san Paolo e nella Chiesa dei primi secoli: «Il ministero della riconciliazione» di cui l'apostolo inviato ai pagani si sente investito non si limita infatti al perdono dei peccati dei singoli credenti, ma si dilata a dimensione universale e abbraccia l'umanità nel suo insieme, si fa carico del cammino dell'uomo nella storia, delle realtà concrete, quotidiane attraverso le quali l'umanità è chiamata fin d'ora a divenire «nuova creazione», riconciliata con Dio.
    Enzo Bianchi


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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Sab Giu 06, 2009 7:51 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Vivere è educare


"Vivere è educare": sembra uno slogan. A volte bastano pochissime parole per un messaggio forte ed efficace, per suscitare pensieri che aprono la mente e il cuore a orizzonti di speranza e di fiducia. Il messaggio, questa volta, viene dalla 59a assemblea generale della Gei che, dal 25 al 29 maggio, ha visto i vescovi e una rappresentanza del laicato, dedicare tempo e ancor più passione e pensiero al tema dell'educare. Tema che ritmerà i passi della Chiesa italiana nel prossimo decennio.

Affrontare la questione educativa in un tempo di crisi, in un momento in cui urgono risposte immediate a problemi gravi e pressanti potrebbe sembrare un po' fuori luogo. Nell'era dell'alta velocità della tecnologia perché mai richiamare il ritmo del passo dell'uomo sempre alla ricerca di una felicità non effimera? Forse significa andare alla radice delle questioni che oggi vedono una società troppo preoccupata, incerta e insicura. Forse significa far nascere domande diverse da quelle imposte dal consumo e dall'apparenza e dare strumenti per cercare e trovare risposte che non deludono.

In prospettiva educativa, ha detto Benedetto XVI, si tratta di "far crescere uomini e donne responsabili e maturi" in cui ci siano e crescano "coscienza della verità e del bene e libera adesione ad essi". I vescovi hanno definito "arte" quest'opera dell'intelletto e del cuore. Ancor più: l'hanno chiamata "l'arte delle arti". Una definizione che veniva proposta anni addietro a coloro che soprattutto nell'associazionismo iniziavano con entusiasmo e serietà il servizio educativo.

"L'arte di educare" - titolo di un libro di Gaston Courtois, che molti capi scout ed educatori di Ac hanno letto e tradotto in testimonianze di servizio - è la capacità di far nascere nell'altro la gioia di vivere, la gioia di fare della vita la più grande e bella avventura, la gioia di essere cristiani nella città e nella storia.

È incoraggiante dunque pensare, con Benedetto XVI, che gli "educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia" siano degli artisti, siano uomini e donne che amano la bellezza, la vivono, la trasmettono con i loro volti nella coerenza e nella serenità della loro esperienza quotidiana. Artisti che non s'improvvisano e non improvvisano, artisti che non si esibiscono con un protagonismo individualistico o d gruppo. Per loro c'è un grande percorso di libertà, di responsabilità, di appartenenza, li accompagna il volto di una Chiesa che è madre e maestra.

Fedeli alla "pedagogia dell'unico Maestro", hanno ancora affermato i vescovi, occorre educare "tutti insieme" altrimenti "non si educa". Ed è questa una delle più grandi piste di riflessione e d'impegno che si apre - costruendo un'alleanza nella verità e nel bene - per le famiglie, per la comunità cristiana, per la scuola e per altri ambiti educativi compresi i media.

Tenendo vivi questi pensieri, il messaggio di Benedetto XVI e dei vescovi porta a leggere l'impegno educativo della Chiesa come un dialogo ogni giorno cercato con Chi ha donato al mondo la bellezza, con Chi è la Bellezza. Su questa strada i giovani, oggi come ieri, cercano adulti autorevoli che non solo conoscano bene la direzione e la meta ma anche siano capaci di condividere la fatica e l'incertezza, siano pronti a sedersi accanto nel momento della stanchezza e di riprendere il cammino con un sorriso.

L'affetto che ha unito e unisce le nuove generazioni al Papa e ai vescovi conferma questo desiderio e racchiude il sì a un progetto grande.
    Paolo Bustaffa

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MessaggioInviato: Ven Giu 12, 2009 2:15 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Offrire testimoni a chi cerca Dio


A tutti coloro «che hanno nel cuore la domanda della felicità». E dunque, in fondo, a tutti. A chi cerca Dio non conoscendolo, e a chi crede in lui. Sono questi i destinatari della Lettera ai cercatori di Dio che la Commissione episcopale per la Dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi diffonde oggi.

«Una proposta di riflessione ai pensanti - spiega in questa intervista monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione Cei che ha redatto la Lettera - e una sorta di sfida e di provocazione a quelli che fuggono la fatica del pensiero e della ricerca». Uno strumento che si propone «come qualcosa di nuovo», perché «in effetti - osserva Forte - noi abbiamo tante forme di proposta catechistica, ma forse mancava uno strumento per il primo annuncio come questo».

    Chi sono oggi i "cercatori di Dio"?

Tutti coloro che hanno nel cuore la domanda della felicità, perché la felicità nell'attesa più profonda del cuore umano non può essere che un amore assoluto, un amore senza riserve, che ci avvolga totalmente: chi crede riconosce tutto questo in Dio. Ecco perché nella definizione di "cercatori di Dio" non si comprendono soltanto quelli che cercano Dio non conoscendolo, ma anche i credenti, che anche nell'esperienza della fede restano assetati di felicità, di amore assoluto. Proprio per questo quella formula accomuna tutti, perfino gli indifferenti, quelli che sembrano distratti, lontani, e che però non possono non sentire nel cuore il desiderio di una vita piena, ricca di felicità. Così questa Lettera si rivolge veramente a tutti, agli uni come corrispondenza a una domanda del cuore, alla nostalgia di Dio, nostalgia di bellezza che è in noi; agli altri, "non cercatori apparenti", con la speranza di suscitare domande, attese, desiderio.

    Oggi sappiamo che c'è una grande richiesta di "religioso", è quasi diventato anche questo un fenomeno consumistico con una molteplicità di "offerta". Rispetto a questo fenomeno, come si colloca la Lettera?

Il cosiddetto "ritorno di Dio" in realtà è un fenomeno complesso. Da una parte c'è certamente la domanda vera e profonda di quanti sono pensosi e alla ricerca di un senso ultimo della vita e della storia, capace di dare colore alla fatica dei giorni; sono quei cercatori di speranza, di cui parla per esempio la Spe salvi di Benedetto XVI, alludendo al bisogno di speranza che c'è in tutti noi. C'è però anche una forma di questo "ritorno di Dio", che è una sorta di ricerca di sicurezza, di consolazione a buon mercato. Evidentemente la Lettera, proprio in quanto parte dalle domande vere, inquieta questo tipo di possibili destinatari, nel senso che li stimola a non accontentarsi di certezze facili, di consolazioni di comodo. In questo senso vorrebbe al tempo stesso essere una proposta di riflessione ai pensanti e una sorta di sfida e di provocazione a quelli che fuggono la fatica del pensiero e della ricerca. Proprio così essa ha bisogno di essere mediata da testimoni, proposta come strumento di un primo annuncio a quelli che sono in ricerca pensosa, non negligente, ma anche in modo diverso a quelli che bisogna svegliare alla ricerca e dunque all'apertura del cuore al possibile incontro con Dio.

    In che modo questa Lettera si propone come strumento anche per la comunità?

In due sensi. Il primo in quanto tutti siamo destinatari di una riflessione data dalle domande che ci accomunano tutti, felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro, festa, giustizia e pace, la stessa sfida di Dio, sono interrogativi rispetto ai quali nessuno di noi può sentirsi estraneo o lontano. Nello stesso tempo però, nel rivolgersi alla comunità cristiana, la Lettera interpella anche gli operatori pastorali, quelli che in modo speciale si consacrano all'annuncio del Vangelo di Gesù, perché nelle loro mani essa diventa un ponte di dialogo e di amicizia possibile con tutti i cercatori di Dio, e anche una via per accendere o stimolare domande in quelli che sembrano invece fuggirle, sempre all'insegna del rispetto e dell'amicizia per tutti. Così, questo testo vorrebbe anche esprimere il volto di una Chiesa amica, vicina alla complessità della nostra condizione umana, nei suoi risvolti più alti, inquieti, pensosi, ma anche in quelli umili e quotidiani, a volte negligenti e stanchi come spesso ci capita d'incontrare nell'esperienza umana.

    Con tutto ciò, come inquadrerebbe questo documento?

Questa Lettera si rivela come qualcosa di nuovo. In effetti noi abbiamo tante forme di proposta catechistica, ma forse mancava uno strumento per il primo annuncio come questo. Uno strumento, cioè, che non voglia dire tutto del cristianesimo, ma si concentri sul messaggio centrale e sulle vie concrete per farne esperienza - la preghiera la Parola di Dio, i sacramenti, l'amore, il desiderio della vita eterna e della bellezza divina - partendo dalle domande del cuore umano e della società in cui ci troviamo. In questo senso l'auspicio dei vescovi è di aver offerto alla Chiesa in Italia uno strumento che possa aiutare i cercatori di Dio a fare un passo avanti nell'esperienza del suo volto, e quanti non lo ricercano a svegliarsi, a essere in qualche modo stimolati a questa ricerca su cui si gioca la verità e la bellezza della vita. Un pensatore ebreo molti anni fa mi diceva: "Vivere è cercare Dio, vivere veramente è trovare Dio". La Lettera vorrebbe essere uno strumento per aiutarci a vivere e a vivere veramente.

    Salvatore Mazza intervista monsignor Bruno Forte

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MessaggioInviato: Lun Giu 22, 2009 8:22 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    L’Italia delle "veline" e delle tante ipocrisie


C’è una fatica che non si vuole più fare. E c’è un’emergenza che sta disorientando il Paese. Si chiama educazione, ma oggi è uno slalom tra regole che impazziscono alla ricerca del figlio o della figlia perfetta, dove conta ciò che appare, il corpo esposto e una certa disinvoltura. La meta è raggiungere la notorietà e per essa non ci si nega niente e si accetta tutto, perfino la foto in pose forti o volgari, dipende dai punti di vista.

La cronaca, anche quella politica, in queste ultime settimane ne ha dato ampi saggi. Ed è sparita dall’orizzonte pure quella che si riteneva una zona franca, il luogo dei minori, tempo protetto una volta dai genitori e dagli adulti, al riparo dalle proiezioni del desiderio. Invece, assistiamo a un mutamento di comportamenti che in passato erano considerati trasgressivi. Il modello delle veline, che ha i suoi santuari non solo in molte trasmissioni televisive e che è stato sdoganato come normale opportunità, financo per arrivare alla politica, fa diventare adulte ragazzine che perdono l’età e che impostano la propria vita sull’emulazione e non più sulla fatica di apprendere, di studiare, di costruire responsabilità per sé e per gli altri. I meccanismi li hanno costruiti gli adulti, loro è la regia, loro sostengono un progetto che dovrebbe preoccupare.

Accade, invece, esattamente il contrario e gli adulti tendono ad autoassolversi. Nessuno vede le ipocrisie. Guai a parlare di scandalo. È normale che una madre accompagni la figlia alle selezioni di Amici o del Grande Fratello, sfogli il book con le sue fotografie, anche troppo disinvolte, e si compiaccia. Proietta nella figlia il suo sogno represso, non si ferma davanti a nulla.

La prima volgarità che va denunciata è quella degli adulti e non quella, supposta, delle ragazzine. Lo scandalo non è nella trasgressione cui rimandano le foto, ma nella loro, sempre supposta, normalità. Lo scandalo è in chi sostiene il sistema delle veline, meteorine e quant’altro, facendone un modello di vita e di successo, o strumento di consenso, liquidando con rabbia chi pone la questione.

Ci sono vittime in questo Paese di cui nessuno si occupa. Sono i figli diventati oggetto e giocattoli nelle mani degli adulti. A loro la televisione e una politica in cui conta solo come si appare propongono ogni giorno una vita truccata, nella quale sparisce ogni equilibrio tra regole e libertà, dove conta solo l’aspetto, meglio se sexy, e non l’impegno, lo studio e una seria preparazione.

È sulla crisi degli adulti che il Paese si dovrebbe interrogare, sul grado di moralità pubblica che tende a sparire, travolta dai meccanismi perversi della rappresentazione mediatica, dalla bulimia del successo, unica certificazione di qualità della vita reale. Il mercato dell’immagine impone le sue regole e le sue vocazioni, che spesso travolgono famiglie e mettono in crisi i genitori.

Ma non basta chiamare in causa le responsabilità dei media e la cultura delle emozioni che diffondono. Ci sono gesti quotidiani che si possono misurare soltanto alla luce dei loro risultati. Ci sono parole, apparentemente innocue, che rivelano la propria potenza devastante solo quando vengono tradotte in stili di vita. "Velina" è una di queste, insieme a tutto l’armamentario lessicale del gossip, che sta inquinando ogni cosa, compresa la politica.

Così facciamo diventare i nostri ragazzi e le nostre ragazze adulti precoci e già depressi, spargendo nel contempo sulla società una miscela tossica di immoralità e irresponsabilità.

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MessaggioInviato: Lun Giu 29, 2009 10:10 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Una risposta sbagliata


Nei giorni scorsi il Consiglio provinciale di Roma ha approvato una mozione che lo impegnerebbe ad installare distributori automatici di preservativi nelle scuole superiori della capitale e nel territorio della sua provincia. Che dire di una decisione così insipiente? Si possono fare almeno tre considerazioni.

Intanto, la scuola non è il luogo per distribuire preservativi: ve ne sono già altri dove è possibile trovarli. La scuola - lo ha sostenuto in modo molto chiaro il presidente nazionale dell'A.Ge. (Associazione Italiana Genitori) Davide Guarneri - «dovrebbe essere il luogo dove si affrontano con serietà scientifica e con approcci integrati le questioni della sessualità, anche coinvolgendo i genitori». Dovrebbe. Ma spesso non lo è. Ed è tragico pensare che anche i luoghi deputati all'istruzione e all'educazione imbocchino la scorciatoia delle risposte preconfezionate, evitando il confronto e il dialogo con le giovani generazioni. E sarebbe ancora più tragico scoprire che tanti genitori non sono in fondo contrari a simile eventualità, scaricando così sul... distributore sistemato fuori dalla scuola il compito di supplire alle loro deficienze educative.

E a questo livello è possibile fare una seconda considerazione. Il preservativo costituisce un approccio negativo nella presentazione della sessualità. Prima di farne vedere la bellezza sul versante della relazione umana, ne mostra la versione consumistica e disimpegnata. Invece di proporre obiettivi alti, invece di educare a scelte responsabili, invece di presentare la sessualità come via privilegiata per costruire relazioni stabili e appaganti, si offre subito il... paracadute come soluzione facile. Sarebbe come pretendere di insegnare a nuotare, solo dotando lo sprovveduto allievo di un comodo salvagente! è davvero umiliante dover riconoscere che l'arte dell'educazione in un campo così importante si riduce al consigliare una protezione meccanica...

E qui s'innesta una terza considerazione, che riguarda la famiglia come prima e insostituibile cellula educativa. Guai se i genitori dovessero credere che l'educazione sessuale è una semplice questione di informazioni corrette e complete, chiedendo magari alla scuola di organizzarle nella maniera più asettica possibile. No, l'educazione sessuale - come ogni educazione dentro il tessuto familiare - è far vedere ai figli come ci si vuole bene, marito e moglie; è saper incarnare esempi; è mostrare la bellezza dell'affetto; è trasmettere una visione positiva della sessualità e del rapporto d'amore coniugale. E qui si misura la massima distanza dall'idea che fuori della scuola ci sia un distributore automatico di preservativi!
    don Agostino Clerici

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MessaggioInviato: Ven Lug 10, 2009 9:55 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Cattolici, non narcisi


Perché l’espressione 'cattolico adulto' mi appare equivoca e irritante? In primo luogo perché la percepisco come sottilmente discriminante. Se misurati a partire da questa categoria, i credenti che non facessero parte degli 'adulti', cioè del gruppo delle persone responsabili, capaci di intendere e di volere, dovrebbero essere considerati alla stregua di 'minorenni', cioè come bambini fondamentalmente irresponsabili, privi di discernimento e quindi bisognosi dell’aiuto degli 'adulti' per vivere correttamente la loro fede. In secondo luogo, perché (dobbiamo prenderne atto) quella di 'cattolico adulto' è una qualifica che un soggetto ordinariamente si autoattribuisce, con una buona dose di narcisismo. Ma con quale legittimazione?

Il problema naturalmente non sta nel sostenere o nel negare che esistano cattolici 'adulti' e cattolici 'minorenni' (è chiaro che possono esistere!), ma nello stabilire a chi spetti il compito di individuare gli uni e gli altri e in base a quali criteri. Il problema non è piccolo, perché, come è evidente, se i cattolici 'adulti' sono buoni, quelli non adulti sono da ritenere addirittura troppo immaturi, per essere giudicati sia buoni che cattivi. Ad alcuni potrà apparire che sto ponendo una questione non solo molto facile a risolversi, ma ormai risolta da tempo. Si deve ritenere adulto, lodevolmente adulto, il cattolico che prima di ogni altra voce ascolta i dettami della propria coscienza; colui che sia quindi portato a sospettare nei confronti di chi gli chieda docilità e adesione a tesi o a pratiche che egli non senta sue; colui che sia pronto quindi a dire di no a richieste (vengano queste dalla voce del parroco o dal magistero del Papa) che gli appaiano non solo indebite, ma semplicemente non convincenti. Andrebbe, in buona sostanza, ritenuto 'adulto', colui per il quale l’ubbidienza non è (più o almeno necessariamente) una virtù.

Ai cattolici non adulti altro non resterebbe quindi che 'crescere', lentamente e pazientemente. Questo discorso, pur apparentemente così suggestivo, non funziona. Come in altri casi, infatti, in questo discorso si confonde l’esperienza politica, alla quale davvero possono partecipare esclusivamente soggetti 'adulti' (nel senso sopra descritto), con l’esperienza ecclesiale, che ha una natura profondamente diversa. È da questa confusione che deriva l’immagine caricaturale che viene inevitabilmente elaborata a carico dei cattolici 'non adulti', presentati come dei bambini o come degli sciocchi, il cui unico orizzonte si trova a essere quello di un’ubbidienza passiva, se non cieca, all’autorità della Chiesa e ai suoi pastori.

Le cose non stanno così. Vivere, da cattolici, la fede significa avere la consapevolezza che nessuno può credere 'da solo'. L’esperienza della fede è esperienza di comunione: credere 'in' è indissolubile dal credere 'con'. Ecco perché la voce della coscienza (voce preziosa e irrinunciabile, che mai deve essere manipolata o soffocata) non può essere assunta in una chiave solipsistica, come è evidente in coloro che della coscienza fanno un oracolo interiore, privato, incomunicabile.

Ascoltare la voce della Chiesa (cioè della comunità alla quale si appartiene e quindi la voce dei pastori, del magistero, del Papa, che di questa comunità sono parte prioritaria, nella logica del servizio alla verità) non significa soffocare la propria voce interiore o assumere atteggiamenti infantilmente passivi, ma capire che quel continuo dialogo ecclesiale, al quale tutti i fedeli sono chiamati a partecipare, non è dialogo tra chi è adulto e chi adulto non è, ma tra fratelli che condividono le stessa speranza e vanno insieme alla ricerca di quale, tra le tante che si offrono, sia la via giusta da percorrere. Non esistono veri cattolici che siano legittimati, in quanto cattolici, a qualificare se stessi come 'adulti': l’esperienza di una fede, chiamata a vivere nella comunione ecclesiale, non offre giustificazione alcuna a simili atteggiamenti narcisistici.
    Francesco D'Agostino

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Mer Lug 15, 2009 9:28 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Nel mare in cui «naviga» di tutto...


Su internet gira di tutto. Tanto «ciarpame» da far paura. Hanno inventato la casella della «posta indesiderata» (quella che vorremmo avere anche fuori casa per evitare la saturazione della cassetta delle lettere con la cartaccia pubblicitaria), ma anche la lettura delle mail "ammesse" si trasforma spesso in un trasferimento a catena nel «cestino», altro contenitore sempre pieno e da svuotare.

L'altro giorno ho ricevuto una mail che annunciava la prossima liberazione dell'Italia «dall'oscurantismo medievale imposto dalla religione». Sono stato tentato di cestinarla, ma poi ho voluto leggerla. Sono stato tentato di non parlarne, per non concedere visibilità a idiozie grosse come una casa, ma poi ho deciso che era meglio parlarne. Memore in questo anche dello «sbaglio» riconosciuto da papa Benedetto stesso, il quale nella lettera ai vescovi cattolici sulla questione della remissione della scomunica ai presuli lefevbriani, ha ammesso che si è data poca importanza a ciò che circola nella rete. Perché il problema è esattamente questo: si pensa che sia spazzatura, ma si dimentica che non si trova nell'immondezzaio, ma nel luogo più visibile e più guardato del mondo, quel luogo in cui tanti giovani e meno giovani - per lo più sprovveduti di nozioni culturali o religiose - si fanno un'idea su questioni anche importanti.

Tempo fa' ho avuto a che fare in un dibattito televisivo con un improvvisato studioso che sostiene che Gesù non è mai esistito: una miseria culturale e una carenza di conoscenze storiche che hanno dell'incredibile, tanto che è difficile persino pensare di smontare razionalmente un costrutto che è praticamente irrazionale. Eppure, quel tale è supportato da siti internet, blog, associazioni esperte nel veicolare idee sulla rete. Tanti bevono, senza nemmeno accorgersi dei veleni disciolti nel liquido contrabbandato come acqua purissima... E accade così che non si dia importanza a certe idee, perché le si ritiene palesemente errate. Invece, bisogna impegnarsi a contrastarle con gli stessi mezzi, scendendo sul terreno melmoso del web.

Il messaggio ricevuto l'altro giorno proviene da un sito propugnatore dell'ateismo anticlericale più becero (che diffonde anche un modulo per chiedere lo «sbattezzo», ovvero la cancellazione dal registro di battesimo), e annuncia la nascita di un nuovo partito politico di «democrazia atea» (perbacco, che copioni: sbaglio, o esisteva una «democrazia cristiana»?), presentato come «il primo partito libero dai dogmi». Perché creare un altro partitino? Perché «è ormai chiaro e evidente che il Parlamenti italiano prende ordini dai monarchi del Vaticano, ubbidendo ai voleri della Conferenza Episcopale Italiana». Come ho detto, si tratta di un ateismo becero, forse poco incisivo nei salotti della cultura e della politica. Ma assai performante nella ramificazione incontrollata di internet. Occorrono nuove strategie.
    don Agostino Clerici

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Sab Lug 25, 2009 7:56 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Cura del rumore o del silenzio?


Non siamo sicuri di che cosa abbia detto, perché l'italiano era stentatissimo, ma il senso è questo: «Siamo venuti da mille miglia per mantenere la nostra solenne promessa: curare le nostre anime e costruire una casa di musica, spirito e rumore». Parola di Bruce Springsteen, dal concerto di Roma. Frase pronunciata certamente in polemica con Milano, ove il cantante non potrà tenere la sua performance a motivo degli eccessivi decibel (non si sa se di musica o di rumore!).

Ma è altrettanto certo che Springsteen si atteggia a profeta di quella «cura del rumore», che in tanti si stanno preparando a celebrare nel rituale delle vacanze. Località - soprattutto marine - trasformate in santuari del rumore notturno, con cui si vorrebbe curare l'anima, secondo l'espressione assai ardita usata dal cantante americano. Certo, non è il rumore delle macchine e delle fabbriche che ingolfano le giornate lavorative, ma è il rumore della musica, tenuto a volume esagerato, così che siano costretti a sentirla anche quanti non vogliono per nulla ascoltarla. Mi sono sempre domandato perché mai non si possa abbassare il volume così che il rumore sia fruibile da chi lo ha scelto. è una domanda in linea con la tanto decantata salvaguardia della libertà individuale. Ogni volta, però, mi accorgo che è una domanda che cade nel vuoto. Vince la massa.

Ma la vera alternativa, la vera «protesta» (mi verrebbe da dire «la vera vacanza», ma non vorrei offendere qualcuno...) è esattamente l'opposto di quanto gridato da Bruce all'Olimpico di Roma. è la cura del silenzio. Il che non significa affatto rinuncia al divertimento e nemmeno assenza di rumore. Non vuol dire per forza rinchiudersi in un eremo sperduto, senza contatto con il mondo. Anzi, è accettare la sfida del rumore, curando l'anima con il silenzio, quello vero.

Scriveva Madeleine Delbrêl in un libro pubblicato postumo più di mezzo secolo fa': «Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi. Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe inevitabilmente il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella Parola, non cessiamo di tacere... Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare». E aggiungeva: «Il silenzio è qualche volta tacere: ma il silenzio è sempre ascoltare. Un'assenza di rumore che fosse vuota della nostra attenzione alla Parola di Dio non sarebbe silenzio».

Sono parole, queste, autenticamente profetiche, da mettere in valigia.
    don Agostino Clerici

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MessaggioInviato: Mer Set 02, 2009 1:29 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    L'estate nelle carceri tra Vangelo e pregiudizio


L’estate è, nei nostri Paesi, legata a un'idea di libertà. Le scuole sono chiuse; chi lavora (casalinghe a parte) gode di un periodo di ferie. Certo, cresce sempre più i numero di coloro che non si possono permettere né viaggi né soggiorni al mare, in montagna ecc. Ma anche per loro c'è spazio per una passeggiata, un gelato, un cinema, magari un concerto, una mostra o un museo; per visitare qualche angolo bello e ignoto del luogo in cui si vive; per una conferenza o per un ritiro spirituale. Le amministrazioni pubbliche cercano di offrire qualche occasione di svago e di cultura per chi trascorre a casa le vacanze, e di organizzare per gli anziani iniziative di incontro e una rete di assistenza e servizi, per ovviare alle difficoltà di negozi chiusi e di familiari e conoscenti assenti. Come aspetto negativo della stagione estiva, c'è la calura, che negli ultimi anni si fa sentire molto di più, soprattutto negli agglomerati urbani. Ognuno escogita qualche sistema per difendersene. Se pochi hanno l'abitazione climatizzata, qualcuno di più ha un condizionatore portatile; quasi tutti hanno qualche sorta di ventilatore e un frigorifero; c'è poi la strategia della chiusura e apertura delle finestre e delle porte, per far circolare l'aria; ci si sposta negli ambienti e da uno all'altro, e un po' di refrigerio viene da qualche bevanda fresca e dal potersi mettere sotto una doccia d'acqua. C'è però chi non ha alcuna di queste possibilità, che noi diamo per ovvie e scontate; qualcuno per cui la calura estiva è più penosa dei rigori invernali. Qualcuno che è costretto in un solo ambiente che, salvo pochi, fortunati casi, è di norma sovraffollato al massimo, Senza potersi spostare; senza potersi rinfrescare come e quando vuole, Qualcuno per il quale la stagione della libertà è quella della massima pena: sono le decine di migliaia di detenuti che popolano le nostre carceri. A essi sarebbe doveroso pensare, soprattutto quando tutti pensano a "evadere" dal tran-tran quotidiano, E, a partire dall'emergenza estiva, doveroso interrogarsi sulla condizione carceraria come tale. Un universo che ci sentiamo autorizzati a ignorare.

«Ero carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36), uno dei criteri del giudizio finale di Dio, è un'opera di misericordia non solo tramontata nella coscienza, ma anche non così facile a praticarsi, certo non in modo individuale e improvvisato. Occorre organizzarsi come gruppi di volontari, avere un progetto, essere accreditati nell'istituto di pena. Tutte realtà che peraltro esistono. Si potrebbe interessarsi a esse, offrire loro una qualche forma di aiuto. Soprattutto, si potrebbe creare un'opinione pubblica controcorrente, che esiga dai parlamentari eletti (i quali ne hanno facoltà) che visitino effettivamente le carceri, gli ospedali psichiatrici giudiziari (il 50% di quanti vi sono ristretti potrebbe essere seguito in centri territoriali, dicono gli esperti), e i centri di permanenza temporanea per gli immigrati; si rendano conto delle condizioni di vita dei detenuti; non legiferino senza conoscere la realtà; sentano la propria responsabilità circa gli effetti delle leggi; non coltivino e diffondano per primi pregiudizi e la facilona invocazione «metterlo in galera e buttare la chiave!». Si dovrebbe cominciare con lo sfatare i luoghi comuni, tipo «in carcere stanno più che bene: hanno anche la televisione!». Si dovrebbe promuovere una riflessione seria e socialmente partecipata sul senso e gli effetti della carcerazione, sui motivi che portano al carcere, sul tipo di popolazione in esso prevalente, sulle possibilità (alcune realizzate in qualche carcere-modello) di umanizzare (contatti con figli e coniugi; lavoro; sport) il carcere; sulle pene alternative a quella detentiva, che rispondano di più a un criterio "restaurativo" della giustizia: assumersi la responsabilità del male fatto e porvi per quanto possibile rimedio. Tendere non a incarcerare l'altro, bensì a liberarlo dal suo delitto e dalla tendenza al male.

Tutto questo non si oppone alle giuste esigenze di certezza della pena per chi è condannato, e di condizioni di custodia corrette ma severe, quando (come per i mafiosi) sia necessario. Si tratta semplicemente di riconoscere che non esiste una condizione umana, neppure di colpa estrema, che ci esima dalla responsabilità corale nei confronti di chi viene per giusta causa privato della libertà; che non si può buttare, insieme con la chiave, la responsabilità di quella persona. Che l'aggiunta di condizioni di vita tormentose e spesso lesive della dignità umana non è compatibile conl 'intento rieducativo e riabilitativo che, a norma costituzionale, la pena deve avere. Già nell'antichità Aristotele osservava che la punizione dei delitti ha senso in quanto tende a impedire la loro ripetizione; se avesse come scopo l'infliggere sofferenza a chi li ha commessi, sarebbe non giustizia, bensì vendetta: cosa eticamente inammissibile. Sono passati quasi 2400 anni da allora, ma siamo sicuri che le nostre coscienze di "liberi" non scambino una per l'altra, e non siano prigioniere in una rete di pregiudizi?
    Maria Cristina Bartolomei

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Set 04, 2009 1:35 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La carità, bussola e motore dello sviluppo umano


L’idea guida dell'enciclica sociale di papa Benedetto Caritos in veritate è scolpita nel suo incipit «La carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera». Una tesi cui segue una decisiva sottolineatura: la carità, via maestra della dottrina sociale della Chiesa e sintesi di tutta la Legge, «è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici». È una aperta presa di distanze da chi separa i rapporti brevi dai rapporti mediati dalle strutture sociali e confina la carità entro il recinto angusto delle relazioni io-tu. Naturalmente, tutto dipende da ciò che si intende per carità e il Papa provvede subito a fornirne una pregnante definizione teologica. Quella che egli condensa nella locuzione - «carità nella verità». La verità di un Dio che è amore ispira una visione della vita e della storia la cui anima è appunto rappresentata dalla carità. In questa luce, «l'adesione ai valori del cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale». Senza la verità - osserva Benedetto XVI - «l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società». Il Papa così conclude: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d'intromettersi nella politica degli Stati. Ha però una missione di verità e senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita incapace dì elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori e talora nemmeno i significati con cui giudicarla e orientarla».

La Chiesa è dunque custode e interprete di una «carità nella verità» dalla quale scaturisce una concezione dello sviluppo. Uno sviluppo genuinamente e compiutamente umano. Si spiega così la ragione per la quale papa Benedetto riprende largamente le idee ispiratrici della Populorum progressio di Paolo VI. Essenzialmente per tre motivi: perché lì Montini tematizzò la questione dello sviluppo dei popoli nel quadro di un - espressione sua - umanesimo plenario contro ogni riduzionismo ideologico ed eco-nomicistico; perché l'ulteriore sviluppo dell'interdipendenza e della globalizzazione avvalora e rafforza l'intuizione montiniana dell'estensione al mondo della «questione sociale» al centro delle encicliche pontificie; infine perché la sostanziale conferma della visione umanistica e cristiana dello sviluppo tracciata da Paolo VI deve essere tuttavia declinata dentro l'evoluzione recente del mondo e, segnatamente, in rapporto alla crisi economico-finanziaria che ha investito il pianeta.

Una crisi di modello e di sistema che ha colto di sorpresa un po' tutti, a cominciare dagli economisti, ma che era inscritta nei fragili (ancorché ostinati) presupposti economicistici e mercantili di quel modello. Non a caso, papa Benedetto ha ricordato come il suo predecessore, nella Centesimus Annus del 1991, a valle della caduta del muro di Berlino, avesse ammonito l'Occidente capitalistico a non indulgere al trionfalismo e a non coltivare illusioni. Il provvidenziale crollo dell'ideologia e dei regimi comunisti ci lasciavano in eredità problemi irrisolti, cui il comunismo si era applicato con risultati fallimentari e tragici. Problemi che tuttavia erano e sono tutti ancora lì. Due essenzialmente: le scandalose diseguaglianze territoriali e sociali e l'alienazione dell'uomo moderno. Alla luce del poi, con ancor più argomenti, Benedetto XVI ripropone dunque l'appello montiniano a «fare della crisi un'occasione di discernimento e di nuova progettualità», a mettere in campo «nuovo pensiero e nuove energie», a farsi carico dell'«urgenza delle riforme». Con questo spirito, l'enciclica passa in rassegna le principali questioni del nostro tempo: dalla finanza all'ambiente, dalla disoccupazione alla bioetica. Non possiamo qui darne conto. Mi piace però isolare due punti che, più di altri, hanno attratto la mia attenzione. Il primo teorico, il secondo pratico. Si tratta dell'enfasi sulla categoria del dono e sulla centralità delle istituzioni.

In coerenza con una visione informata al primato della carità, il Papa, se non sbaglio, fa sue tesi care al movimento antiutilitarista di Marcel Mauss e Jacq Godbout (di quest'ultimo autore si veda il bel libro edito da Vita e Pensiero dal titolo Quel/o che circola tra noi). La tesi cioè che il dono è categoria che informa le stesse relazioni economiche, commerciali e politiche più di quanto la cultura dominante non ci induca a credere. E che tale categoria/dimensione non si limita a forgiare esperienze ai margini, ma può e deve agire anche dall'interno dei grandi aggregati economici e degli attori politici.

In secondo luogo, è interessante notare come il Papa inscriva la stessa impresa nel novero delle istituzioni. Come a dire che essa non è patrimonio esclusivo dei soci proprietari ma, pur a diverso titolo, è cosa che riguarda tutti, investita perciò di responsabilità etico-sociali e dunque soggetta a regole che assicurino che il fine del profitto non confligga con il bene comune. Anche il mercato è rappresentato come una istituzione, non come un meccanismo cieco e anonimo, affrancato da regole giuridiche e morali, Ancora, in tale valorizzazione delle istituzioni intese quale strumento della comunità e presidio dell'interesse generale, Benedetto XVI propone di tenere in grande valore lo Stato e gli organismi sovranazionali. Circa lo Stato, il Papa osserva che si è sbagliato nel pronosticarne e magari auspicarne il declino. È un saggio appello a coltivare un ben inteso primato della politica e un alto senso delle istituzioni quali espressione e patrimonio della comunità, quali presidio di valori e non semplice apparato strumentale. Confidiamo che forze sociali e politiche che si sono a lungo cullate nello slogan suscettibile di essere equivocato «più società, meno Stato» ovvero nella teoria dello «Stato minimo», prestino ascolto a un monito autorevole suffragato dalla dura lezione della crisi.
    Franco Monaco

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MessaggioInviato: Ven Set 04, 2009 1:37 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La lettera di dimissioni del direttore Dino Boffo al card. Bagnasco


Eminenza Reverendissima,

da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano «Il Giornale» guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da «Libero» e dal «Tempo», non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani. Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano – «Avvenire» – che ha fatto dell’autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l’atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall’onorevole Berlusconi, dovrà spiegare – dicevo − perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento. E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile − nella dialettica del giudizio − collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il “pro” e “contro” di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che «Avvenire» ha dedicato durante l’estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l’irragionevolezza e l’autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.

Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l’onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall’inizio si era trattato d’altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall’attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l’aggredito era proprio il direttore del «Giornale», e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza. E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io ––ancora – che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda? E perché, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perché sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato «bagatellare», travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.

Feltri non si illuda, c’è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l’operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai – devo dire − ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata.

Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di «Avvenire», «Tv2000» e «Radio Inblu», con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sé mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.

In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l’ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del «loro» direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l’eredità più preziosa che porto con me.

Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di «Avvenire» per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti. Gli obiettivi che «Avvenire» ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perché le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l’avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l’insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.

La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano «Il Giornale», scriveva Giampaolo Pansa: «Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo». Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e imparassimo ad essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina dell’umano. L’abbraccio, con l’ossequio più affettuoso.
    Dino Boffo






Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, prende atto, con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione di Avvenire, TV2000 e RadioInblu. Nel confermargli, personalmente e a nome dell’intero episcopato, profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana, esprime l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico. Apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato, gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno.
    Conferenza Episcopale Italiana
    Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Set 11, 2009 2:05 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Otto anni dopo domande ancora vive


L'11 settembre rimarrà a lungo, almeno nell’immaginario di chi quel giorno ha vissuto grazie ai media, una data spartiacque. Un evento ritenuto epocale, anche se il suo peso effettivo potrebbe in realtà sfumare nella considerazione degli storici e della prossima generazione. Nell’ottavo anniversario, dall’Europa il tragico attacco e la doverosa memoria delle vittime sembrano più un’occasione celebrativa che una ferita sanguinante. Lo stretto legame tra l’attacco a New York e Washington e le guerre in Afghanistan e Iraq è finito sotto traccia, Benladen ci sembra un avatar che ogni tanto fa la sua comparsata via Internet, la minaccia del fondamentalismo islamico pare lontana dai nostri confini.

Anche negli Stati Uniti di Obama i conflitti che ormai hanno mietuto più vite americane delle stesse stragi del 2001 stanno perdendo il consenso popolare netto e unanime suscitato dalla vile e inusitata aggressione sul suolo patrio. Il clima sociale e politico di emergenza – malgrado altri allarmi e i colpi subiti da Madrid e Londra – era fisiologicamente destinato a lasciare il posto alla speranza di avere alzato sufficienti difese affinché l’impensabile non si ripeta.

Oggi è il primo 11 settembre della nuova Amministrazione, la quale ha posto meno enfasi sulla "guerra al terrore" e messo sotto accusa i metodi adottati da Bush, avviando il disimpegno dall’Iraq, la chiusura di Guantanamo e il rifiuto delle torture per estorcere informazioni ai prigionieri. Probabilmente, rimane questo il lascito più attuale e problematico degli eventi che commemoriamo. Quanto è prevedibile e contrastabile un piano come quello di 8 anni fa? Fino a che punto la sicurezza delle nostre città vale un sacrificio delle libertà e delle garanzie dello Stato di diritto? Che efficacia – e che conseguenze – hanno le azioni militari all’estero contro i santuari del terrorismo internazionale? Quali relazioni sono auspicabili con il mondo musulmano?

Obama mette a rischio il suo Paese, dicono i "falchi" repubblicani. L’ex vicepresidente Dick Cheney pochi giorni fa ha difeso senza esitazioni in tv la pratica di violenze fisiche e psicologiche su presunti attentatori; per questo alcuni democratici vorrebbero addirittura vederlo alla sbarra, mentre la Casa Bianca cerca di ridurre l’autonomia d’azione della Cia su questi fronti. Il presidente da una parte pensa a una strategia d’uscita dal pantano di Kabul, destinato in quell’ipotesi a ridiventare insieme al Pakistan una base per i nemici dell’Occidente; dall’altra, nelle stesse aree autorizza "bombardamenti" mirati di qaedisti e taleban con gli aerei senza pilota.

La legislazione contenuta nel Patriot Act, approvato sull’onda dell’emozione, introduce alcune limitazioni della privacy e forse intacca la possibilità d’espressione e di movimento sacra in America, ma si ritiene che sia stata importante nel rafforzare i controlli e la prevenzione. Il trade-off, come si dice in inglese – il bilanciamento, con il guadagno dell’una a scapito dell’altra – tra sicurezza e libertà è sempre delicato. Eppure, lo Stato e i suoi apparati, se vogliono essere efficaci, hanno la necessità di agire in modo deciso, spesso dietro le quinte. Il punto è quanta discrezionalità nel violare le regole ufficiali siamo disposti a concedere. E la "soglia del dolore" per le libertà intaccate, presso l’opinione pubblica nelle nostre società, tende di nuovo a farsi bassa.

L’11 settembre ha anche creato indubbie tensioni tra islam e occidente. E non per colpa di quest’ultimo. Non tutte le tossine che sono entrate in circolo da allora hanno però la giustificazione che la rabbia del momento poteva suscitare. Con gli stragisti non si dialoga, con un miliardo di musulmani sì. Lo fa il Papa nell’ambito religioso. Una mano l’ha tesa Obama. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che i fanatici vedono come la peggiore sconfitta l’avvicinarsi delle parti che vogliono mettere una contro l’altra. Ecco perché non bisogna abbassare la guardia e cedere a un facile ottimismo. Lo stillicidio di attacchi contro i cristiani nel mondo non risulta eclatante come le Torri che cadono, ma va condannato e combattuto con la medesima energia. Perché quegli attacchi hanno la stessa matrice e lo stesso obiettivo: impedire la pacifica convivenza nella libertà delle fedi e dei convincimenti.
    Andrea Lavazza

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Ven Set 11, 2009 2:06 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    O Dio dell’amore...


O Dio dell’amore, della compassione e della riconciliazione,
rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse,
che siamo riuniti oggi in questo luogo,
scenario di incredibile violenza e dolore.

Ti chiediamo nella Tua bontà
di concedere luce e pace eterna
a tutti coloro che sono morti in questo luogo
i primi eroici soccorritori:
i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia,
addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto,
insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti,
vittime di questa tragedia
solo perché il loro lavoro e il loro servizio
li ha portati qui l’11 settembre 2001.

Ti chiediamo, nella Tua compassione
di portare la guarigione a coloro i quali,
a causa della loro presenza qui in quel giorno,
soffrono per le lesioni e la malattia.
Guarisci, anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto
e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia.
Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza.

Ricordiamo anche coloro
che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari
in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania.
I nostri cuori si uniscono ai loro
mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza.

Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento:
pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne
e pace tra le Nazioni della terra.
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio.

Dio della comprensione,
sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia,
cerchiamo la Tua luce e la Tua guida
mentre siamo davanti ad eventi così tremendi.
Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate
di poter vivere in modo che le vite perdute qui
non siano state perdute in vano.
Confortaci e consolaci,
rafforzaci nella speranza
e concedici la saggezza e il coraggio
di lavorare instancabilmente per un mondo
in cui pace e amore autentici regnino
tra le Nazioni e nei cuori di tutti.
    Benedetto XVI, Preghiera a Ground Zero, 20 aprile 2008

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MessaggioInviato: Ven Set 18, 2009 5:11 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Il dolore, la ragione, i doveri: torna il tempo dell’unità e della chiarezza


Dal fronte arrivano bollettini di guerra. Oggi in tempo reale, con le immagini strazianti dei caduti. E dall’Afghanistan ieri è arrivato il dispaccio peggiore per l’Italia dall’inizio, nel 2002, del suo impegno per costruire la pace a Kabul. Sei militari del 186° reggimento della Brigata Folgore sono caduti nell’attacco kamikaze rivendicato dai taleban, e altri quattro sono rimasti gravemente feriti. Il sacrificio dei nostri soldati, la sofferenza delle loro famiglie, lo sgomento del Paese sono il primo fatto da onorare e da enfatizzare. Giovani vite stroncate da un odio cieco, storie che in queste ore scopriremo umili ed esemplari, esistenze lontane dai riflettori e dalle effimere celebrità che solo nel lutto, come dopo Nasiriyah, emergono nella loro statura agli occhi della nazione. Missione di pace, la loro. Ma anche di guerra, ormai. Abbattuto uno dei regimi più oppressivi e contrari all’idea stessa di civiltà, che aveva spalancato le porte ad Al-Qaeda e permesso l’addestramento dei terroristi dell’ 11 settembre, per l’Afghanistan sembrava aprirsi una fase di ricostruzione materiale e morale, con il supporto militare e civile dell’Occidente.

Gli italiani sono efficienti e sanno farsi volere bene. Nostri esperti hanno collaborato alla rifondazione del sistema giudiziario; le nostre forze cercano di garantire sicurezza e stabilità, ma portano anche aiuti e realizzano opere di pubblica utilità. L’impegno per la popolazione locale è la cifra della presenza a Kabul e a Herat. Eppure, oggi, siamo qui a piangere davanti alle salme di sei valorosi soldati, presi a bersaglio per una mattanza che ha coinvolto anche decine di cittadini inermi.

Il tentativo di puntellare una fragilissima democrazia si scontra con l’ostinata resistenza di un coagulo di radicalismi religiosi islamici, di mire geo- politiche esterne e di interessi economici legati alla droga. Gli errori iniziali di gestione da parte degli Stati Uniti, i bombardamenti fuori bersaglio della Nato e le storiche rivalità tra gruppi etnici hanno contribuito a rallentare il cammino verso la pacificazione del Paese. Fino al punto di far intravedere un ribaltamento della tendenza, un nuovo sprofondare nel caos se non si porrà un atto qualche aggiustamento di strategia.

Gli Stati Uniti chiedono più uomini in armi all’Europa, che vede quotidianamente crescere le sue perdite – oltre 200 quelle inglesi, 21 quelle italiane. Non cediamo alla logica del terrore disse il Paese stretto alle sue vittime irachene nel novembre del 2003, in un sussulto di orgoglio patrio. Vale la pena di presidiare Kabul?, possiamo chiederci adesso. Serve inviare più uomini nel pantano afghano? Il dubbio arrovella perfino l’America. Sì, anche per rispetto dei coraggiosi caduti di ieri, sembra la risposta obbligata sotto l’effetto dei sentimenti. E di motivi ce ne sono altri, sebbene l’idea che l’ex regno dei taleban diventi una Svizzera d’Asia vada attualmente ben oltre il libro dei sogni. Va evitato il collasso della regione e il ritorno del Paese a santuario della rete di Benladen, non dando l’impressione ai fondamentalisti che le grandi democrazie siano deboli e arrendevoli. E, prima di ogni altra cosa, si può e si deve stare a fianco della popolazione afghana che sinceramente aspira a vivere fuori dall’incubo di una guerra permanente.

Per questo è necessario stringersi attorno ai nostri soldati, e ragionare con freddezza, perché più vacillerà la convinzione di mantenere l’impegno in quel Paese, maggiore sarà la tentazione dei terroristi di colpire gli italiani per scardinarne la determinazione. Rimanere costerà altre sofferenze e altri lutti, inutile illudersi, Ma rinunciare lascerebbe campo libero a coloro che alla violenza invece non rinunceranno.

È tragico il prezzo che stiamo pagando per la difesa del modello di civiltà affermato dalla carta dell’Onu. E risulterà insopportabile se non si saprà, in Parlamento e al cospetto dell’opinione pubblica, affrontare con la necessaria chiarezza i nodi del 'come restare' a Kabul. Il miglior modo per onorare sei valorosi italiani e non tra­dirne il sacrificio.
    Andrea Lavazza

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MessaggioInviato: Lun Set 21, 2009 11:10 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Libertà d’informazione: una risposta di responsabilità e indipendenza


La strage di Kabul ha toccato, come nei giorni dell’eccidio di Nasiriyah, il cuore degli italiani. Ed è il rigoroso e dolente lavoro svolto dai giornali, dalle radio, dalle televisioni e dai siti internet che, ancora una volta, con una i­stantaneità altrimenti inimmaginabile, ci sta aiutando a essere – e a manifestarci – popolo e famiglia in questo drammatico momento della nostra storia condivisa. È importante che accada. E ci fa riflettere – se appena riusciamo a tenere limpido lo sguardo, a vincere l’emozione e a elaborare il lutto – su che cosa possono e sanno fare i mass media del nostro Paese, quando con varietà di timbri e straordinaria libertà d’accenti informano e, informando, costruiscono con responsabilità salde basi al ragionare e al sentire comune. Una riflessione bella e triste. Che, purtroppo, si fa subito amara.

Nello stesso momento, infatti, sulle pagine di gran parte dei giornali ha trionfato tutt’altro modo di fare informazione. Il respingimento di un ricorso contro l’atto di indirizzo con il quale il ministro Sacconi aveva richiamato, in pieno caso Eluana, i princìpi ordinamentali che dovrebbero impedire di attuare 'protocolli di morte' nel nostro sistema sanitario nazionale è diventato l’opposto in titoli e testi: addirittura l’accoglimento di quel ricorso, addirittura la bocciatura di una legge in itinere (quella sulla fine della vita). Un’idea impensabile, eppure pensata e scritta. E comunicata come vera. Sta scritto nero su bianco su tante, troppe, pagine di giornale: ricorso accolto, testo di legge picconato. Notizie sbagliate, eppure date per buone. Meglio essere chiari, allora. Qui, oggi, alla vigilia di quella che avrebbe dovuto essere la giornata nazionale di mobilitazione per la libertà di stampa promossa dal sindacato unitario dei giornalisti e che il lutto per i morti di Kabul ha saggiamente indotto a rinviare, non vogliamo parlare di «fine vita» e neppure di Afghanistan. Vogliamo parlare della responsabilità intermittente con la quale in Italia si continua a fare informazione. Della contemporaneità infelice tra alto e civile rigore informativo e vertiginose cadute nell’approssimazione e nella deformazione ingiusta e persino deliberatamente feroce. Noi di Avvenire possiamo dirlo, non perché siamo più bravi e non sbagliamo mai, ma perché in questo giornale opinioni e cronache, anche le più forti e decise, sono sui fatti e sui misfatti di cui ci occupiamo, non su ciò che vorremmo che fosse accaduto (e quando facciamo un errore, almeno proviamo a riparare e a chiedere scusa).

Noi di Avvenire dobbiamo dirlo, mentre è ancora aperta la ferita inferta dall’infame e infamante aggressione mediatica scatenata, a suon di carte false, dal 'Giornale' di Feltri contro il direttore Dino Boffo; mentre ancora bruciano i ripetuti tentativi di decidere fuori dalla nostra redazione che cosa andiamo scrivendo (i nostri editoriali e i nostri commenti rimaneggiati arbitrariamente...) e quale sia stata e sia la linea del giornale.

E noi di Avvenire continueremo a dirlo. In Italia, la libertà di stampa è a rischio tanto quanto la credibilità dei giornalisti. Nella stessa esatta misura. Più i cronisti si allontanano dal dovere di informare con rigore e correttezza, meno sono credibili. E meno sono liberi. L’esercizio senza responsabilità della libertà di stampa – lo ricordiamo ancora, e prima di tutto a noi stessi – non è libertà, è arbitrio. È un problema della nostra categoria. È un problema della nostra democrazia.

E di fronte a questo problema qui in redazione sappiamo di avere una risposta semplice e diretta: noi non cambiamo. Qualunque cosa sia accaduta, qualunque cosa accadrà, Avvenire non cambia. Perché così lo vuole la sua comunità di riferimento, a sua volta responsabilmente gelosa della propria soggettività e della propria libertà. Nessuno ci strattoni, insomma: non ci facciamo arruolare, né ci facciamo intimidire. Avvenire è il giornale di ispirazione cattolica, e non rinuncia alla sua autonomia e alla sua indipendenza. Io non so che cosa faranno i miei colleghi tra quindici giorni, quando la Federazione della Stampa chiamerà di nuovo a manifestare per la libertà d’informazione. Ma so che cosa pensano e come lavorano. So che buon giornalismo hanno fatto e vogliono continuare a fare. So che sono uomini e donne liberi e responsabili. E so che da più di quarant’anni il giornale Avvenire non va in piazza, va in edicola. Piaccia o non piaccia.
    Marco Tarquinio

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Lun Set 21, 2009 11:12 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Quelle famiglie e noi tutti, come nel tacito desiderio di un orizzonte comune


Sei bare avvolte dal tricolore sul C130 dell’Aeronautica militare in volo da Kabul per Roma. Nel rumore assordan­te dei motori, nell’alzarsi lento del pesante apparecchio grigioverde, quelle bare portano il lutto dell’Italia. Ma è un lutto e un dolore che ci interroga, quello che verrà accolto domattina nel funerale a San Paolo fuori le Mura. Abbiamo visto le madri, le sorelle di questi ragazzi parlare, nel dolore vivo, con orgoglio dei loro morti. Una ha detto: sono fiera di lui. Un’altra: mio figlio è morto per la patria. E noi, noi siamo così disabituati a sentire pronunciare questa parola, che rischiamo di restare a guardare senza capire.

Siamo un Paese che da oltre sessant’anni, grazie a Dio, non conosce la guerra. Il servizio alla patria, la fierezza di questo servire, possono sembrarci parole desuete nelle pagine ingiallite della storia. E anche che sei ragazzi dei nostri siano andati a morire in quell’incrocio polveroso di macerie e disperazione che è Kabul, a qualcuno in realtà appare tanto doloroso quanto insensato. Perché? C’entriamo noi forse, con gli odi antichi e poderosi che percorrono come radici quella terra lontana? Noi, ogni lunedì, piangiamo, d’abitudine, altri morti: adolescenti finiti sull’asfalto di una curva presa a centottanta all’ora, al ritorno da una discoteca.

Ma nel lutto attorno alle sei bare si affaccia qualcosa di altro, oltre al puro strazio. Come un orizzonte di senso, che sembra chiaro nei pensieri delle mogli e delle madri dei morti. Ha detto l’altro giorno il generale Alberto Ficuciello, padre di Massimo, morto a Nasiriyah: «Nel mondo dei militari il dolore assume forme particolari, diverse. Perché è legato alla consapevolezza di avere dei compiti da svolgere, alla lealtà verso i propri compagni. Anche un soldato piange, ma è un pianto di un altro genere».

Nel nostro mondo in pace, dove ogni settimana troppe famiglie perdono un figlio sulle strade notturne, lo strano affacciarsi e rendersi pubblico di uno strazio uguale, ma vissuto dentro a un senso certo e ordinato. Madri capaci di dire che, di quel figlio perso, sono orgogliose. Perché era andato laggiù a fare qualcosa in cui credeva; a tentare di riportare un po’ di pace in un Paese, dove i ragazzi la pace non l’hanno mai conosciuta.

Un orizzonte di senso: ciò che sembra mancare alle nostre stragi del sabato, quando i fari delle auto della polizia lampeggiano sull’asfalto e sui resti di lamiere contorte. E non sappiamo come siano le albe, nelle case in cui arriva quella notizia. Ma temiamo che solo una profonda e radicata fede – e c’è da pregare che l’abbiano ancora in molti – possa reggere l’urto di una disgrazia così; e che altrimenti il dolore rischi di precipitare in un abisso annichilito.

I genitori mutilati del lunedì mattina, forse più orfani che quelli dei sei ragazzi di Kabul. Perché quei sei, avevano messo tutto nel conto: la fatica, il pericolo, anche la morte. Eppure erano partiti. Dentro a un orizzonte ampio, a una solidarietà condivisa. In uno stare al mondo che contempla anche la possibilità del sacrificio di sé. Ma non per sfida, o per gioco; per un senso buono.

Li abbiamo visti tre anni fa, a Camp Invicta a Kabul, gli italiani, mangiare nella mensa che odorava di sugo, mentre suonavano le canzoni di Ligabue e appeso al muro, muto, stava il crocefisso con l’ulivo della domenica delle Palme. Avevano le facce serie e tranquille di chi sta lì, perché ci crede. Abbiamo pensato: sembra, tra questi tavoli, quasi d’essere in Italia: ma in un’Italia non rancorosa, non ostile, non sterilmente divisa. Un’Italia capace di andare a scavare i pozzi dell’acqua nei villaggi, a costruire le scuole per i bambini e di stare in armi senza odio. Un’Italia buona. E forse è questo che in molti oggi intuiscono, e vanno perciò a rendere omaggio a quei morti. Come desiderando un’altra Italia. Come nel tacito desiderio di un orizzonte comune.
    Marina Corradi


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MessaggioInviato: Ven Set 25, 2009 4:02 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    La lente della «Caritas in Veritate» per l’Italia con sguardo limpido diretto al bene comune


Con la lucidità intellettuale e pastorale che gli è propria, il cardinal Bagnasco, nella prolusione al Consiglio permanente della Cei, applica alla realtà italiana gli insegnamenti che nella Caritas in Veritate il Papa ha rivolto a tutti gli uomini di buona volontà. Lo sviluppo economico-sociale è una «vocazione indomita e plenaria dell’uomo», che racchiude in sé il desiderio profondamente umano «di essere di più»: è per questo che quella dello sviluppo è una strada che consente l’incontro con Cristo. Attenzione, però: esso è autentico solo se integrale, solo se coinvolge tutto l’uomo e ogni uomo. Non è vero sviluppo quello di un mondo globalizzato nel quale la ricchezza cresce, ma aumentano in modo vertiginoso le disparità, economiche e non economiche, tra gli esseri umani. E li costringe alle migrazioni.

Ecco perché lo sviluppo mette radicalmente in questione il mondo dell’economia e quello del sociale: l’economia deve riscoprire in se stessa come esigenze insopprimibili quelle della verità, della carità, del dono; il sociale deve superare la logica dell’individualismo li­bertario, riscoprire la centralità della famiglia e della solidarietà verso i deboli e i perseguitati e non banalizzare questioni (il presidente della Cei dedica un paragrafo ai problemi del «fine vita» e della pillola Ru486), nelle quali etica della vita ed etica sociale si intrecciano indissolubilmente.

La prolusione ricorda la ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia: un anniversario degno di attenzione, che deve alimentare «la cultura dello stare insieme»; nel contempo, però, essa prende atto, con sofferenza, di come l’Italia sembri ciclicamente attraversata da un «malessere tanto tenace quanto misterioso», che attiva risentimenti e lacerazioni. Spetta ai politici, nel loro impegno per realizzare il bene comune, gestire simili situazioni di sofferenza. Il loro ambito di operatività viene qualificato dal cardinale (in consonanza con il Papa e con una antica tradizione del pensiero politico cristiano) come un vero e proprio «campo di missione irrinunciabile e specifico»: è conseguente, quindi, l’invito rivolto ai giovani a impegnarsi non solo nel volontariato sociale, ma anche nella «politica vera e propria», assumendo come paradigmi di comportamento quelli della misura, della sobrietà, della disciplina, dell’onore: princìpi, ricorda Bagnasco, perfettamente delineati nell’articolo 54 della nostra Costituzione. La Chiesa, da parte sua, ribadisce con fermezza il cardinale, nell’indicare a tutti l’esigenza di riportare serenità nel Paese, non si esimerà mai dal dire pubblicamente ciò che essa ritiene giusto e doveroso dire.

È un ammonimento, garbato, ma non per questo non esplicito, a tutti coloro che ritengono che la Chiesa – la nostra «Chiesa di popolo» – debba rinunciare all’annuncio pubblico del suo messaggio. Nel contempo, anche quando senta il dovere di proclamare verità «scomode», la Chiesa è sempre mossa dalla consapevolezza di essere amica di tutti gli uomini, proprio perché agisce esclusivamente per il loro bene: «La Chiesa non ha avversari». Affermazione forte e profonda, mi permetto di aggiungere, soprattutto in un contesto socio-politico, nel quale alcuni laicisti amano considerare la Chiesa non solo come un avversario, ma come quello simbolicamente più detestabile.

Tra le verità «scomode» c’è senza dubbio anche la denuncia del nichilismo etico. Il cardinale nega che questa denuncia vada interpretata come se la Chiesa volesse qualificare come nichilisti tutti gli agnostici e gli atei, spesso portatori di una severa moralità laica. È però indubitabile che negare un fondamento trascendente all’etica incrina l’idea stessa di libertà, unico vero fondamento della morale e rende immane lo sforzo che accompagna qualsivoglia processo educativo. Parlare di Dio ai giovani non è stanca apologetica, ma il modo più rigoroso per portare alla loro attenzione il problema del senso della vita.

In questa rapidissima lettura della prolusione, ho intenzionalmente lasciato alla fine una breve citazione sul suo incipit, nel quale il cardinale, con severa delicatezza, affronta una vicenda che i lettori di Avvenire conoscono bene. Sottolinea come attraverso il recentissimo attacco a Dino Boffo, «impegnato da anni a dar voce pubblica alla nostra comunità», tutti i cattolici siano in qualche modo stati colpiti. Questa vicenda deve essere primariamente interpretata nella logica del «per crucem ad lucem», incontrovertibile regola della vita cristiana e unica fonte di consolazione per chiunque sia colpito da un profondo – e immeritato – dolore. È l’ennesima prova che, quanto più i cristiani operano come luce e sale della terra, tanto più diventano «segno di contraddizione». Meditiamo tutti su questo punto.
    Francesco D’Agostino


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MessaggioInviato: Ven Ott 02, 2009 2:47 pm    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Al dolore di chi è più povero appartiene anche il nostro dolore


C’è qualcosa di stridente nelle notizie che aggiornano continuamente il numero di morti per il sisma che l’altro ieri ha colpito l’isola di Sumatra. È il modo ovattato in cui giungono. È l’impercettibile violenza del gap comunicazionale che le distanziano dalla battente mediatizzazione dei 300 morti dell’Aquila, con il successivo G8 e i grandi del mondo in passerella tra le macerie, fino ai riflettori puntati, nelle ultime settimane, sulla consegna delle prime case. Tutte fasi importanti, comprensibilmente vicine al cuore di noi italiani, e tanto più di noi abruzzesi. Però la sensazione di un’inavvertibile violenza aleggia, in queste ore in cui Sumatra tiene banco in tutti i notiziari. E non è nuova. È la stessa che si era avvertita nei giorni scorsi rispetto al tifone e allo tsunami, con un minor di numero di vittime, nel Sudest asiatico e nelle Samoa Americane. È la stessa del terremoto nel Sichuan cinese, a maggio del 2008, prima delle Olimpiadi di Pechino, il cui conteggio delle vittime non fu neanche completato dai media – si scrisse 7.000 morti, 8.000, 10.000 o molti di più – finendo ingoiato e fagocitato da altri osceni interrogativi: le Olim­piadi si sarebbero svolte ugualmente? Ne avrebbero risentito le fastose cerimonie di apertura, con cui il drago celeste ridestatosi intendeva stupire il mondo?

E allora sta proprio a noi abruzzesi – che del terremoto abbiamo fatto recente esperienza con questi trecento morti, e più antica esperienza, con decine di migliaia di vittime, nel 1915, 1706, 1703, 1456, 1349, fino a risalire a­gli anni senza data dei secoli bui dell’altomedioevo e del tardo impero – alzare la voce per una sottolineatura di dissenso. Sì, proprio a noi, 'beneficiati', sotto un certo profilo, da tanta mediatizzazione, dopo la tragedia.

E guai se non dissentissimo. Perché vorrebbe dire che anche a noi il terremoto di Sumatra e le altre sciagure sembrano eventi di un altro pianeta, terremoti marziani, di una terra rossastra e disabitata, su cui atterrano le astronavi nei film di fantascienza: terremoti da fiction. Solo che Sumatra non è una fiction. Le isole e le coste stravolte dagli uragani non sono una fiction. Le Samoa non sono una fiction. Il Sichuan non è una fiction. E neanche lo tsunami del 2004, coi suoi 230.000 morti. Il dolore, prima ancora, non è una fiction. Questo va detto alzandosi con l’indice dritto, a reclamare, fuori dal coro.

L’impero della mediatizzazione, con l’ovattata violenza dei suoi riti & miti, persegue infatti un trend fisso: espropriare l’uomo della facoltà di giudizio; sottrargli tempo per la riflessione; inibirgli la meditazione, per usare una magnifica parola – meditazione, appunto – resa oggi desueta quando non ridicola, o confinata in limacciose pratiche new age.

La mediatizzazione è nemica della meditazione. L’ha in odio. La teme e l’allontana, avverte che in essa c’è il germe dissolutivo del suo distorto assioma di fondo, quello per cui il dato non va meditato, sistematizzato, 'co­scientizzato', bensì solo aggiornato.

Ecco perché il terremoto di Sumatra ci appartiene quanto quello dell’Abruzzo. Al dolore di chi è più povero appartiene anche il nostro dolore. L’Italia è parte di un’antica civiltà nel cuore del mondo occidentale, o nei suoi dintorni, almeno. A questa civiltà appartenne, nel 1500, un pensatore che si chiamava Michel de Montaigne, che sulle travi della torre dove meditava fece incidere un aforisma di Terenzio, di 1700 anni più antico di lui: homo sum, humani nil a me alienum puto, sono un uomo e nulla di ciò che sia umano giudico indifferente a me. Duecento anni dopo Terenzio, Paolo di Tarso, gridando appassionatamente le parole di un altro Maestro, scrisse: non c’è più né giudeo né greco, né libero né schiavo, né uomo né donna, perché tutti siete uno. Oggi queste parole ci sono usuali. Proviamo a calarle nella violenza dei rapporti sociali e della cultura del I secolo dopo Cristo, per capire cosa hanno portato nella storia dell’uomo.

Sono i maestri del pensiero a indicarci oggi Sumatra. Non c’è L’Aquila e non c’è Sumatra. Le sillabe della remota lingua indonesiana salgono – con gli stessi toni dolenti della perdita e del lutto, là dove ogni perdita è ritrovamento e ogni lacrima è asciugata – dai nostri monti d’Abruzzo.
    Giovanni d’Alessandro

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miriam bolfissimo



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MessaggioInviato: Mer Ott 14, 2009 9:53 am    Oggetto: Condividendo... Rispondi citando

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    Ma con il navigatore anche il viaggiare diventa isolamento


Dove sei? È la prima domanda che si fa quando si chiama qualcuno sul suo cellulare. Già, perché da quando abbiamo reso mobile la nostra comunicazione, non c’è più una residenza che corrisponda al nostro parlare per telefono Non siamo direttamente rintracciabili, anche se strumenti sofisticati consentono proprio grazie al telefonino di rintracciarci dovunque. Questa mobilità estrema ha come corollario qualcosa di più perturbante: nemmeno noi sappiamo spesso dove siamo.

Il nostro 'qui' non corrisponde ad una conoscenza, ma ad una situazione spaziale anonima. Per questo sono nati i dispositivi che trovate sulle automobili, sui taxi e sugli stessi telefonini. Questi consentono di sapere come arrivare dove volete andare, ma soprattutto di sapere dove siete. Una competenza che in passato era affidata alla conoscenza locale, o allo sporgersi dal finestrino per chiedere indicazioni, viene inscatolata in uno strumento che vi dice tutto o quasi tutto di un posto e spesso ve lo dice con una voce. C’è nel ricorso a questo pilota semi-automatico un’antica evitazione di una vergogna. Un po’ ci si vergognava di chiedere indicazioni, e soprattutto era un modo di affidarsi ai locali. «Giri a sinistra, poi continui dritto, giri intorno a quel monumento, troverà quel tal angolo e poi deve chiedere di nuovo».

Orientarsi significava affidarsi, chiedere quasi il permesso ai locali per introdursi nel loro mondo. Un vecchio proverbio siciliano diceva: «Case non se ne insegnano», affermando il diritto dei locali a non mostrare agli estranei le mappe dell’insediamento, i trucchi, le scorciatoie, gli indirizzi.

Orientarsi era un modo di venire lentamente a conoscenza delle forme di orientamento locale: quel dire vada 'giù', o vada 'su' che spesso non corrisponde a salite o discese ma alla mappa mentale degli abitanti per cui 'su' sono certi quartieri e 'giù' magari il mare o il fiume.

Il TomTom elimina questa forma di permesso per accedere alla conoscenza altrui, in realtà la sostituisce ad una conoscenza che non diventa più vostra ma rimane nella scatola. Più vi affidate alla scatola nera e meno accumulate esperienza di un luogo. E allora perché si preferisce questo tipo di orientamento all’altro, più ricco, più personale? Per un’atavica, inconfessata paura di perdersi. La prima volta che vidi un sistema TomTom in un’auto mi trovavo nel 1983 in Bassa California e su una spiaggia deserta c’era un’auto di un americano, che mi mostrava con orgoglio questo strumento per non perdersi nel deserto.

Alla base di queste scatoline oggi a poco prezzo c’è l’idea permanente del deserto e del lungo viaggio, di un viaggio in cui non avete gli strumenti della lingua, come spesso accade appunto ai nordamericani. Invece di chiedere in spagnolo ad un campesino dove andare, meglio mantenere il finestrino chiuso e affidarsi al satellite. Un altro proverbio siciliano dice « Cu ave a linggua passa u mari », chi ha lingua passa il mare, nel senso letterale che chi sa comunicare può andare senza timore dappertutto.

Il satellitare nega questa possibilità e vi rimanda alla vostra solitudine autosufficiente. E soprattutto demolisce una forma di competenza, quella per cui i tassisti di una città ne erano i meglio conoscitori. Oggi chiunque, anche se arrivato da un giorno a Milano, può fare il tassista, basta che accenda il satellitare. Per alcuni versi è meglio perché così siete sicuri in quanto cliente che qualcosa vi porterà dove dovete andare, per un altro siete affidati alle incognite non sempre perfette di una macchina e soprattutto la vostra ignoranza dei luoghi si raddoppia in quella del tassista.
    Franco La Cecla

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